"E' il momento ideale per rilanciare il Sud. Sarebbe folle non approfittarne"

Intervista all'imprenditore Riccardo Monti, secondo il quale ci sono tutti gli elementi per favorire i grandi investimenti

"E' il momento ideale per rilanciare il Sud. Sarebbe folle non approfittarne"

Questo è il momento ideale per rilanciare il Sud. Riccardo Monti, imprenditore, presidente di Italferr ed ex presidente dell’Ice, lascia cadere questa frase in chiusura di intervista, quasi fosse la scontata conclusione di una lunga chiacchierata sullo stato e le prospettive del meridione d’Italia. E a sentir parlare lui, a leggere il suo libro “Sud, perché no?” (Laterza, 80 pagg. 14 euro), sembra che in effetti la svolta sia lì, a portata di mano, e che sia folle non coglierla. Ed è proprio su questo che Monti insiste di più: sulle evidenza che sono sotto i nostri occhi e sulla rassegnazione con cui le affrontiamo.

“Negli ultimi 20, 25 anni abbiamo prodotto valanghe di analisi perdendo le vista le mostruose dimensioni del progressivo depauperamento del Sud” dice all’Agi, “Avevamo una miriade di dati, ma nessuno che dicesse che quello che rivelano è intollerabile. Siamo di fronte a un mondo variegato, è vero, con problemi che vanno dalla sovrappopolazione, il degrado e la criminalità dell’area metropolitana di Napoli, allo spopolamento e all’invecchiamento delle zone interne. Ma l’analisi dell’aggregato è abbastanza facile, perché i problemi della macroregione sud sono molto chiaramente identificabili e così le soluzioni.

Esistono delle soluzioni chiare per il Sud?

“Non ho detto facili, ma chiare. Se guardiamo al passato, il progresso del sud è andato avanti di parti passo con la spesa pubblica e non a caso si è arrestato quando negli anni ’90, con l’emergere delle pulsioni autonomiste del Nord e la rivolta anche giustificata nei confronti di un certo tipo di spesa pubblica ha portato alla fine di quell’intervento straordinario che pure aveva avuto aspetti innegabilmente positivi, come l’industrializzazione del meridione negli anni ’60 e ’70.

E poi cosa è successo?   

L’impatto principale dalla crisi della metà degli anni ’90 è stato l’accelerazione violenta della migrazione dal sud: una fuga sia di manovalanza che di cervelli: 200 mila laureati dal 2000 a oggi, spesso i più brillanti e intraprendenti. Mentre per quanto riguarda i grandi interventi industriali, si tratta di stagione chiusa, anche se ci sono realtà come  l’Etna Valley che sono frutto dei semi messi nel terreno negli anni ’60 e ’70.

Torniamo alle soluzioni, quali sono e perché se sono così chiare nessuno le affronta?

Il primo mega e meta problema è il deficit infrastrutturale, sia hard (strade, ferrovie e porti)  che soft (reti informatiche), frutto di decenni in cui è stato ignorato il tema. Per troppi anni gli investimenti infrastrutturali si sono concentrati al centro-nord. La regola in base alla quale gli investimenti conto capitale devono essere fatti in proporzione alla popolazione non è stata mai applicata. Abbiamo un programma di investimenti con l’ultimo grande ciclo di fondi europei e l0’unica politica intelligente è realizzare quello che già è stato messo in programma: l’alta velocità Napoli-Bari, il raddoppio della ferrovia Palermo-Messina, la riorganizzazione dei porti.

Anche il ponte di Messina?

Non sono un fanatico del ponte, ma faccio una riflessione fattuale: non c’è nessun posto al mondo in cui ci siano quasi sei milioni di abitanti e tre chilometri di mare in cui non ci sia un ponte. Il fatto che non si faccia il ponte e si blateri di costi, è il riflesso di un pregiudizio antimeridionale.

Ma al Sud non c’è solo un problema di infrastrutture…

C’è anche la necessità di attrarre investimenti e aziende. Il sud ha in questo momento una clamorosa diseconomia di localizzazione (cioè tanti fattori spingono a non localizzarsi al sud): una pubblica amministrazione che funziona male, difficoltà logistica, peggiore e minore accesso al credito. Un complesso che si riflette in una produttività aggregata inferiore al resto del Paese.

E le soluzioni?

Bisogna creare degli incentivi piuttosto semplici: l’immediata decontribuzione totale cui associare altri strumenti come il contratto di sviluppo. Tutto quello che può rendere il sud un posto per fare business è la priorità per fermare il loop negativo – niente infrastrutture, niente impresa, niente lavoro, emigrazione - in cui il sud si marginalizza. La cosa impressionante è che  nel resto d’Europa non niente di simile al divario tra il Sud e il resto d’Italia, con il 30% della popolazione che ha un reddito pro capite che è la metà del resto del Paese. E la follia che viene accettato questo come fosse una specie di ‘castigo divino’ ineluttabile.

Resta uno scoglio non indifferente: la criminalità

Con una battuta molto cinica potrei dire che il Sud si è talmente impoverito che anche la criminalità se n’è andata al Nord. La grande criminalità che aveva la capacità di dominio assoluto non esiste più. Ho avuto modo di conoscere molte grandi aziende che hanno fatto business al Sud e nessuno è stato approcciato dalla criminalità. E’ evidente che è pericolosissima e distorcente, ma il fatto è che gli omicidi sono calato negli ultimi 20 anni e la grande criminalità non sfida più lo stato centrale, tutti questi erano freni allo sviluppo del business.

Quanto tempo abbiamo per salvare il Sud?

Il grande campanello di allarme è la demografia. Se non facciamo qualcosa adesso fra dieci anni la demografia avrà dato il colpo di grazia. E le condizioni per agire ci sono: il traffico mercantile nel Mediterraneo è aumentato in modo esponenziale e i porti del meridione d’Italia devono essere messi in condizione di approfittarne. Lo sviluppo del turismo è un fenomeno strutturale e non ciclico e il Sud ha tutto per beneficiarne. Sono ottimista perché dai megatrend vengono segnali positivi. E non bisogna dimenticare che se l’Italia cresce così poco è perché ha abbandonato il Sud. Non si può correre con un motore che va a scartamento ridotto.



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