Dalla spiaggia alla discoteca, come sarà il tempo libero
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Dalla spiaggia alla discoteca, come sarà il tempo libero

Cambieranno le abitudini, e cambierà anche il modo di vivere il tempo libero: la giornata in spiaggia, la serata al ristorante, la notte in discoteca. Abbiamo chiesto alle organizzazioni che rappresentano queste tre realtà di spiegarci il modo in cui pensano di riorganizzare il proprio lavoro nei prossimi mesi, quando avremo ancora a che fare con il coronavirus e l’esigenza di tenerci a distanza di sicurezza. A cura di Marco Gritti

Ugo Barbàra / Agi
Ugo Barbàra / Agi

Ombrellone, lettino, un po’ di spazio libero attorno, un cameriere che vi serve il drink per dissetarvi mentre rimanete comodamente sdraiati al riparo dal solleone o, tuttalpiù, vi preoccupate della tintarella. Non è un film, ma la concreta ipotesi di come potrebbe essere la vostra esperienza al mare di quest’anno.

L’esigenza di evitare assembramenti e contatti personali ravvicinati, infatti, costringerà i gestori degli stabilimenti balneari a modificare il modo in cui normalmente ci si comporta in spiaggia. Ecco a cosa il Sindacato italiano balneari (Sib) sta ragionando per garantire un’esperienza in spiaggia il più possibile normale, in mezzo a una crisi sanitaria che sta continuando ad avere gravi conseguenze.

“Plexiglass, no grazie”

“Se servirà garantire il distanziamento tra gli avventori degli stabilimenti lo faremo - assicura Riccardo Borgo, presidente onorario del sindacato - Sia in spiaggia, cioè tra i lettini, sia in bar e ristoranti, per i quali organizzeremo il servizio all’ombrellone. Il problema non sarà certo il modo con cui fare le ordinazioni, le soluzioni tecnologiche ci sono”. Ma niente plexiglass, assicura il Sib, “una soluzione che nessuno vuole”.

C’è poi la questione delle sanificazioni degli ambienti degli stabilimenti, come ad esempio le docce, ma secondo Borgo “l’igiene è un aspetto sul quale ci siamo sempre distinti”. Eventualmente si ragionerà sul modo in cui evitare assembramenti all’ingresso, mentre è improbabile poter misurare la febbre di chi viene in spiaggia: “Una app che traccia chi è contagiato ci potrebbe aiutare a dare l’immagine di una spiaggia libera dal virus”. 

L’importante, prosegue Borgo, è “non arrivare a un’ospedalizzazione della spiaggia. Per il resto siamo pronti ad adeguarci alle normative e a mettere a disposizione la nostra esperienza anche nel trovare soluzioni per le spiagge libere”.

“Le tariffe dei lettini non aumenteranno”

Quella del 2020 sarà un’estate difficile anche per gli stabilimenti balneari: “Se pareggiamo i costi saremo contenti, ma abbiamo dato indicazione ai gestori di non alzare le tariffe - assicura Borgo - I clienti non avranno brutte sorprese”. 

Il tema sul quale rilancia il sindacato, piuttosto, è un altro: quello del prolungamento delle concessioni fino al 2033, di cui abbiamo parlato in questo articolo. “È una situazione kafkiana, quasi la metà delle nostre 30 mila imprese si trovano con la concessione in scadenza il 31 dicembre e senza la certezza di poter proseguire l’anno prossimo. Va bene non avere utili per quest’anno, ma almeno vorremmo qualche garanzia per il futuro”. 

  Foto: borgoegnazia.it
  Foto: borgoegnazia.it

“Senza ristoranti non sarebbe una ripartenza: significherebbe vivere in un sistema triste e inimmaginabile”. Aldo Cursano, vicepresidente della Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe), lo dice chiaramente: i ristoranti non possono rimanere indietro, non possono cioè essere gli ultimi a riprendere le attività quando il lockdown imposto dal coronavirus verrà allentato. Anche perché, prosegue Cursano, “siamo professionisti della sicurezza e mettiamo la salute dei clienti al centro dell’attenzione e dei controlli”. 

Take away, subito

“Tutti i nostri operatori sono formati, e vedere queste competenze costrette a restare ferme è una ferita”, sostiene Fipe. La ricetta per la fase 2 ce l’hanno e l’ingrediente principale è il take away. “Chiamare il ristorante di fiducia, ordinare il piatto da farsi preparare e a una certa ora andarlo a prendere”, spiega Cursano, raggiunto al telefono dall’AGI. Semplice, diretto, in un modo che poi non è così diverso dal recarsi dal macellaio, dal panettiere, o al supermercato: prendere e portare a casa. “L’hanno consentito alla piccola e alla grande distribuzione ma vietato al nostro comparto - attacca - Eppure avremmo potuto assolvere a questa modalità in modo responsabile e in sicurezza, come stanno facendo in tutta Europa”. 

Privati della possibilità di far sedere a tavola gli avventori nei propri locali, finora l’unico modo per proseguire le attività è stato ricorrere al delivery, cioè alle consegne a domicilio. 

Delivery? “Sì, ma alle nostre condizioni”

Secondo le associazioni di categoria, le consegne a domicilio non sono però la soluzione alle sfide dei prossimi mesi: “Guardiamo con diffidenza alla delega a terzi della consegna dei pasti - ammette Cursano - e infatti ci stiamo organizzando affinché siano i camerieri a portare i piatti a casa del cliente, così come facevano servendoli al tavolo”. Il motivo? Costi e qualità del servizio in mano alle società di delivery. 

“I grandi player che hanno in mano il settore chiedono percentuali altissime - dichiara all’AGI Sonia Re, direttore generale della Associazione professionale cuochi italiani (Apci) - e per questo motivo i ristoratori sono da sempre contrari. E poi c’è il tema della sicurezza in queste settimane di pandemia”, prosegue Re riferendosi alla questione del rischio contaminazione. 

Le nuove abitudini alimentari che si profilano all’orizzonte spaventano gli attori del mondo della ristorazione: “È importante che il comparto faccia rete e faccia sentire la propria voce con i player che gestiscono le consegne a domicilio, altrimenti è grandissimo il rischio che si ripresenti la situazione delle prenotazioni degli hotel, settore che è in mano agli intermediari”, aggiunge Re. 

Una normalità da reinventare (e da rendere sostenibile)

“Siamo consapevoli che, anche nel momento in cui sarà possibile riaprire i ristoranti, i clienti saranno comunque in parte condizionati nel consumare sul posto e che assisteremo a un ridimensionamento dei posti”, ammette Cursano. “Mangiare in locali che somigliano più a un ospedale rischia di cancellare il piacere legato al consumo”, aggiunge Re. 

E poi ci saranno spese nuove da affrontare, dalle forniture di gel disinfettanti e dispositivi di protezione, e la necessità di accogliere meno persone per poter garantire il rispetto della distanza di sicurezza: “Ristoratori e chef sono molto preoccupati per le nuove spese che dovranno sostenere per mettersi in regola - ammette il direttore generale di Apci - al punto che alcuni pensano di non riaprire”. 

Gli aspetti sui quali lavorare saranno molti, a partire dai menù che non potranno più essere gli stessi, visto vengono passati da mano a mano tra le persone: “Stiamo pensando a come fare, magari sfruttando app o tabelloni, oppure raccontandoli a voce”, dice Cursano. E poi al modo in cui proteggere il piatto tra cucina e tavolo - “magari tornando a utilizzare le campane vecchio stile” - oltre naturalmente al più generale problema delle capienze dei locali, “gestendo gli accessi con semafori verdi e rossi”. 

Sfide che attendono i ristoratori che, al termine del lockdown, riapriranno. Ma non tutti potranno farlo; non tutti i locali, cioè, riusciranno a sopravvivere a questi mesi di stop forzato. 

I dati sono allarmanti: “Le proiezioni che arrivano fino a maggio, fatte dal nostro centro studi, stimano una perdita di 28,5 miliardi di euro, con 50 mila imprese a rischio e 300 mila posti di lavoro in bilico - spiega Cursano - I dati peggioreranno ancora, ogni giorno che passa si spengono centinaia di imprese e con loro centinaia di posti di lavoro”. Come rendere sostenibile tutto questo? La necessità di fondo, secondo Fipe, è “rivedere le regole e il mercato, rinegoziare tutte le fonti di costo”, ad esempio “gli affitti e le fiscalità, i costi del lavoro e del fare impresa del mondo precedente alla crisi coronavirus”. E, nell’immediato, una mano dal governo: “Per sopravvivere servono finanziamenti a fondo perduto, altrimenti il modello crolla”.

 

Frank Van Delft / Agf 
Frank Van Delft / Agf 

Anche le discoteche vogliono riaprire. In che modo? Sfruttando la bella stagione alle porte, che concretamente significa abbandonare le piste da ballo al chiuso per spostarsi all’aperto: “I locali estivi, che di fatto sono giardini spesso anche di grande estensione dovrebbero essere agevolati e privilegiati nella riapertura”, sostiene Luciano Zanchi, presidente di Assointrattenimento, l’associazione di categoria che aderisce a Confindustria.

“Essendo aree all’aperto non risulterebbero suscettibili di contribuire al contagio interpersonale alla stessa stregua di una spiaggia, di un litorale, di una piazza pubblica, di un parco divertimenti”. Riaprire, ma con quali accorgimenti?

“Se due ragazzi si baciano ci chiudono?”

Il progetto di riapertura delle imprese di pubblico spettacolo - un settore che tra discoteche e night club dà lavoro diretto a 90 mila lavoratori e ad altrettante in modo indiretto, per esempio a chi si occupa della sicurezza - si articola su tre punti: formazione, test al personale e regole di accesso e comportamento.

Nel documento redatto da Assointrattenimento e consegnato alla task force di Vittorio Colao, però, non si fa esplicito cenno all’obbligo per i clienti di indossare mascherine, ma al più generico “rispetto di tutte le disposizioni delle Autorità e della direzione del locale”, in particolare per quanto riguarda “l’obbligo di mantenere la distanza di sicurezza, l’osservanza delle regole di idonea pulizia ed igienizzazione delle mani e il mantenimento di comportamenti corretti sul piano dell’igiene”. Insomma, la decisione se imporre che si balli con la bocca coperta - sempre che sia consentito riaprire, naturalmente - spetta al governo. 

Anche perché, come ha detto lo stesso Zanchi all’AGI, “una pista da ballo dove le persone stiano a distanza di due metri e indossino la mascherina mi sembra inverosimile e impraticabile. Non vorrei che accadesse che se due ragazzi si tolgono la mascherina per baciarsi la colpa venga addossata al gestore, con il rischio che il locale venga chiuso”. 

Termoscanner all’ingresso e tavoli separati da barriere

“Ogni avventore, prima dell’accesso al locale, sarà soggetto alla presa di temperatura. Se la temperatura eccedesse 37.5 gradi centigradi il cliente non sarà ammesso all’ingresso”, si legge nel documento. L’affluenza massima, scrive Zanchi, sarà “parametrata alle capienze dei locali stabiliti dalla Commissione di vigilanza”. Per l’ingresso nel locale, e per recarsi al bagno, l’idea è adottare le stesse regole che rispettiamo per andare a far la spesa, ovvero “con modalità contingentata, a seconda dei servizi igienici presenti”.

E poi “tavoli e poltrone saranno posizionati ad una distanza di almeno due metri uno dall’altro e delimitati da opportune barriere”, mentre “alimenti e bevande saranno somministrati in bicchieri e stoviglie monouso”. Infine, gel disinfettante in diversi punti, “all’ingresso, nei bagni, ai banconi bar e al guardaroba”.

Per il personale, che dovrà essere “dotato di mascherine chirurgiche o FFP2 senza valvola e di guanti protettivi”, la proposta è fare i test sierologici prima della riapertura, e in seguito sottoporlo alla consueta misurazione della temperatura corporea.