La rivoluzione dello smart working
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La rivoluzione dello smart working

Lo smart working diventerà la norma? Che cosa ne pensano aziende e lavoratori? Dovremo ripensare le nostre abitazioni per ricavare un ufficio tra le mura domestiche? Lavorare da casa sarà un vantaggio per i più giovani, o al contrario rischia di metterli in ulteriore difficoltà? Quali ripensamenti attendono le nostre città? Questa è la prima puntata di un viaggio nel nuovo modo di lavorare imposto dalla pandemia di coronavirus​. A  cura di Marco Gritti e Maria Teresa Santaguida.  

CAIA IMAGE / SCIENCE PHOTO LIBRARY / NEW / Science Photo Library via AFP  
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Lo smart working diventerà la norma? Che cosa ne pensano datori e lavoratori? Lavorare da casa sarà un vantaggio per i più giovani, o al contrario rischia di metterli in ulteriore difficoltà? 

Iniziamo questo viaggio nel (probabile) futuro del lavoro dopo la rivoluzione imposta dall'epidemia con un'intervista a Lorenzo Greco, amministratore delegato di Dxc Technology Italia, azienda che si occupa di processi di trasformazione digitale. 

“Fare previsioni è azzardato, ma la situazione che stiamo vivendo ha accelerato e portato a maturazione alcuni processi dai quali non si tornerà più indietro” dice Greco. La fase che stiamo attraversando, dovuta alla drammatica crisi sanitaria globale, “consente che si diffondano e vengano adottati processi e strumenti che miglioreranno il nostro modo di lavorare”. 

A che punto era l'Italia sullo smart working prima della pandemia di Covid-19?

Prima di questa accelerazione forzata, la cultura dello smart working in Italia era molto variegata. Secondo il Politecnico di Milano, alla fine del 2019, erano circa 500mila i lavoratori che usufruivano del lavoro agile, con un tasso di crescita elevato e costante. Il quadro, tuttavia, si presentava a macchia di leopardo, con differenze sia tra i settori sia tra le funzioni all’interno di una stessa organizzazione. C’erano resistenze e vincoli di ordine tecnologico, organizzativo e culturale, e anche la normativa sul lavoro non era così chiara.

Come pensa che abbia reagito il paese? 

Come Dxc pensiamo che il paese abbia reagito molto bene, scoprendo possibilità finora nascoste. Alcune realtà erano già pronte, molte hanno accelerato la realizzazione di progetti che per differenti ragioni procedevano lentamente, altre ancora si sono attrezzate all’ultimo momento facendo tesoro dell’esperienza degli altri. In pochi sono rimasti fermi. Tutti i nostri clienti hanno avuto la forza e la capacità di adattarsi alla nuova situazione e nessuno di essi ha dovuto interrompere le proprie attività. Di certo c’è che le trasformazioni avvenute nel mese di marzo, in condizioni normali, avrebbero richiesto anni. 

Tecnologia e lavoro agile: quali sono gli aspetti da tenere in considerazione?

Sono almeno i tre punti di vista da cui guardare alla questione. Innanzitutto la tecnologia rappresenta il fattore abilitante perché, senza adeguati strumenti tecnologici e infrastrutture di comunicazione, il lavoro agile non è nemmeno immaginabile. Al tempo stesso è la tecnologia che permette di adottare un’organizzazione del lavoro e degli spazi che sono alla base del lavoro agile. L’ultimo aspetto, il più importante, riguarda la possibilità di comunicare e di condividere le informazioni in totale sicurezza. 

Che cosa vi aspettate dai prossimi mesi, quando l’emergenza sanitaria sarà superata?

Penso che, accanto alla gestione dell’emergenza, dobbiamo iniziare a progettare il futuro. Mi sono piaciute molto le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, secondo cui le prospettive del futuro sono alla nostra portata. Mi permetto di aggiungere che anche stavolta possiamo essere artefici del nostro futuro: un futuro che sono convinto sarà molto migliore di quanto crediamo.

Andrew CABALLERO-REYNOLDS / AFP
Andrew CABALLERO-REYNOLDS / AFP

L’emergenza coronavirus ha costretto decine di milioni di persone a casa, da dove oggi si lavora e si studia e dove, naturalmente, si trascorre anche il tempo libero. Attività che, in gran parte, sfruttano la rete Internet. Abbiamo chiesto a Fastweb, una delle principali aziende che si occupano di telecomunicazioni in Italia, di spiegarci che cosa sta succedendo alla rete Internet italiana in queste settimane di lockdown, e soprattutto che cosa si aspetta per il futuro. 

A pesare sulla rete non è lo smart working, ma il gaming. Ecco perché i picchi sono serali

“L’aumento di traffico registrato in queste settimane di lockdown è paragonabile a quanto normalmente notiamo in un anno - racconta Andrea Lasagna, chief technology officer di Fastweb - Ma le reti stanno tenendo bene e reggono l’urto”. I picchi nell’utilizzo della rete, insomma, non stanno creando particolari problemi al sistema. Ma com’è possibile, visto che buona parte dell’Italia è a casa? Il motivo è la tipologia e gli orari di utilizzo: “Le reti sono molto scariche di giorno e risultano più sollecitate la sera, tra le 19 e mezzanotte, quando si raggiunge il picco”, spiega Lasagna. Ore nelle quali la fanno da padrone il gaming e il video on demand, servizi online che richiedono una quantità di banda decisamente superiore rispetto agli altri. Le reti, insomma, vengono tarate in modo da gestire i picchi serali e questo è il motivo per cui durante il giorno non si sono registrati problemi. Qualche intervento però è servito ugualmente, perché la sera è incrementato ulteriormente il gaming e il video on demand: Fastweb ha così deciso di rafforzare la rete di trasporto, cioè la parte di rete su cui vengono incanalati i flussi di tutti i singoli utenti. 

Insomma, secondo Fastweb ciò che ha determinato l’aumento di traffico non è l’improvvisa implementazione del lavoro agile, e neppure il ricorso agli strumenti di insegnamento online, ma l’incremento del fenomeno dei videogiochi online e allo streaming video. Ma che cosa attendersi dal futuro? “Crediamo che, quando le misure verranno allentate e le persone ricominceranno a uscire di casa, la pressione sulle reti si ridimensionerà almeno in parte - commenta Lasagna - Ma non è scontato che si ritornerà al livello pre-crisi. Le abitudini cambiano, e tornare indietro non è sempre facile. Nell’immediato, insomma, non ci aspettiamo né un aumento né un calo”.

L’Italia divisa in due e il ruolo del 5G per ridurre il divario digitale

Se gran parte dell’Italia, in queste settimane di distanziamento sociale, ha scoperto nuovi strumenti e servizi di comunicazione via Internet, ce n’è un’altra che sconta gravi ritardi nelle infrastrutture tecnologiche: “C’è un’Italia in cui le reti ci sono e un’altra Italia in cui le reti stentano ad arrivare - ammette il Cto di Fastweb - Il tema centrale, insomma, non è rendere più performanti quelle che ci sono, ma di collegare le aree che ne sono sprovviste”. Si tratta delle cosiddette aree bianche, le zone del paese dove per le imprese private non è conveniente investire ma dove vive il 24,6% della popolazione: sono i piccoli comuni e le case sparse che sorgono fuori dai centri abitati, e caratterizzano ogni regione d’Italia. “In tutte queste aree scollegate - prosegue - le persone si stanno affidando di più alle reti mobili”.

E a proposito di reti mobili, impossibile non riflettere sul 5G: “Siamo convinti che non sarà semplicemente la tecnologia che supera l’attuale 4G - spiega Lasagna -. Avremo una rete mobile ancora più veloce, pressoché paragonabile a quella fissa”. Al punto che potrà andare a soddisfare le esigenze di connettività anche nelle abitazioni, e non solo in movimento. In che modo? Attraverso le reti Fixed wireless access (Fwa): un approccio misto che prevede di sfruttare la fibra fino all’antenna, e di far arrivare il segnale a casa dei clienti con un'ulteriore piccola antenna ricevente, evitando così gli scavi dell’ultimo miglio. “Portare negli appartamenti la rete in fibra (la cosiddetta Ftth, ndr) non è sostenibile in ogni parte del Paese, oltre ed essere complicato anche dal punto di vista delle autorizzazioni agli scavi e l’accesso ai condomini - conclude Lasagna -. Le reti 5G Fwa avranno la stessa potenza della fibra, ma saranno estremamente più facili e veloci da realizzare, anche nelle aree bianche. Nel giro di un anno e mezzo potremmo ottenere un risultato per il quale la tradizionale fibra ne richiederebbe dieci”.

 

Da un giorno all’altro, a causa della pandemia di coronavirus, migliaia di aziende italiane si sono trovate di fronte alla necessità di interrompere le proprie attività per scongiurare la diffusione del contagio sul luogo di lavoro. Alcune, naturalmente, sono rimaste aperte e operative (quelle attive nei settori essenziali, secondo quanto stabilito dal dpcm del 22 marzo e dalla successiva modifica del 25 marzo). Altre hanno invece continuato a operare in regime di smart working. In questo capitolo raccontiamo due diverse esperienze, quella di una società che si occupa di ristorazione collettiva e quella di un gruppo farmaceutico, per comprendere il modo in cui hanno risposto alla crisi e ragionare su eventuali scenari del futuro.

Il caso Cirfood: il gruppo che serve anche gli ospedali Covid-19

Cirfood si occupa di servizi di ristorazione all’interno di mense scolastiche, ristoranti aziendali e ospedali. Nel 2018, ha servito 43 milioni di pranzi a 300 mila studenti, 24 milioni di pasti a più di 240 ospedali e strutture assistenziali e altri 14 milioni in circa 200 ristoranti aziendali. Che cosa è cambiato in queste settimane, e che cosa potrà cambiare in futuro, per la ristorazione collettiva? Ne abbiamo parlato con Alessio Bordone, Sales Executive Director dell’impresa italiana. 

“Quando è scoppiata l’emergenza le esigenze sono state da un lato garantire la continuità del servizio ai clienti che hanno proseguito le proprie attività, dall’altro assicurare la sicurezza”, racconta all’AGI. Con le scuole chiuse ormai da quasi due mesi, l’attività di Cirfood si è concentrata su aziende e su ospedali. “Ad oggi, grazie al lavoro ininterrotto dei nostri dipendenti, stiamo garantendo il servizio nelle oltre 240 strutture ospedaliere e sociosanitarie in cui operiamo in tutta Italia”, spiega Bordone. Di queste, “diciannove hanno reparti parzialmente o interamente destinati alle cure specialistiche di pazienti affetti da Covid-19”, e si trovano in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia: per evitare il rischio di contagio, l’azienda ha cambiato il modo in cui i pasti vengono somministrati: oggi i pranzi e le cene dei medici e di tutto il personale delle strutture arriva sotto forma di lunch box, cioè di bag che vengono consegnate e consumate individualmente.

Nell’ambito della ristorazione aziendale, invece, sono rimaste operative “circa 200 aziende delle 500 che abbiamo come clienti”, prosegue Bordone. Il 65% dei volumi riguarda i ristoranti interni alle aziende, per i quali “abbiamo sviluppato un sistema che permetta il rispetto delle distanze e gli ingressi contingentati”, mentre il rimanente si articola anche in questo caso in lunch box e delivery. 

“Oggi ci troviamo in una fase in cui stiamo ridefinendo rischi e opportunità - prosegue Bordone - per poi essere pronti nel momento in cui avverrà il rilancio dell’attività”. Ma quando questo avverrà, lo scenario sarà cambiato. Immaginando il nuovo modo di lavorare e consumare che si andrà a delineare, Cirfood sta già lavorando a modalità di consegna a domicilio sempre più evolute. Ma le novità si faranno sentire anche nei cosiddetti self-service dei ristoranti aziendali e dei locali pubblici, un altro ambito dove la società è attiva: “Ci immaginiamo, per esempio, che nulla di ciò che finirà nel vassoio del cliente possa essere toccato da altre persone”, come invece oggi accade nei ristoranti free-flow, quelli organizzati a isole, dove ogni avventore si serve autonomamente per esempio di frutta e verdura. “Occorrerà azzerare i rischi di contaminazione, e questo avrà dei cambiamenti sul modo in cui viene costruito un piatto - conclude Bordone - Tutto quello che fino a ieri sembrava semplice e assodato non lo sarà più”. 

Gsk Italia, lo smart working non è e non diventerà telelavoro

GlaxoSmithKline (Gsk) è una multinazionale del settore farmaceutico che nella sua sezione italiana occupa circa 4 mila persone. È attiva in tre settori: farmaci, vaccini e consumer healtcare. Abbiamo parlato con la responsabile delle risorse umane di quest’ultimo ramo, Lucia Strusi, per capire in che modo è stato possibile articolare il lavoro sfruttando le potenzialità offerte dallo smart working: “Complessivamente in Consumer Healtcare lavorano circa 200 persone, sommando quelle negli uffici di Milano e chi invece si occupa dell’area commerciale e lavora sul territorio”, spiega Strusi all’AGI. “Oggi tutte e duecento sono operative in smart working”, assicura. Da casa, insomma, lavorano il dipartimento marketing e quello finance, e poi l’area amministrativa e tutte le persone coinvolte nella rete commerciale - “che in genere stanno per il 50-60% del tempo dai clienti”. Ma da remoto lavorano persino gli informatori scientifici che di mestiere fanno visita a medici e farmacisti per proporre i farmaci messi a punto dall’azienda: “Abbiamo stravolto il loro modo di lavorare, offrendo mezzi per gestire i loro interlocutori attraverso strumenti digitali”, prosegue Strusi. 

Che cosa rimarrà a Gsk di questa esperienza? “Competenze, attitudini e comportamenti - spiega Strusi - Abbiamo assistito a un’accelerazione del processo di digitalizzazione del modo di lavorare”. Se prima si temeva di poter essere meno efficaci, oggi l’emergenza “ha livellato in tutti noi la capacità di ricorrere a strumenti digitali che non sono soltanto la chat, ma per esempio l’abitudine a fare riunioni digitali invece che di persona”. Un domani, dunque, “potremmo rivedere le abitudini per quanto riguarda viaggi e meeting, cercando di dedicare più tempo e risorse in altro, e la stessa cosa vale anche per gli incontri con i cliente, che cercheremo di svolgere almeno in parte via videoconferenze”. 

E poi c’è un altro aspetto importante, che non ha stretta attinenza con la produttività: “Sta emergendo una nuova forma di educazione nel rapporto tra colleghi, dalla puntualità all’assicurarsi che non vi siano ostacoli al dialogo virtuale: insomma, anche comportamenti non legati alle competenze lavorative, ma che rientrano piuttosto nel concetto di rispetto”.

Ma il lavoro agile - che, lo ricordiamo, nasce strumento per conciliare al meglio le esigenze del lavoratore - non diventerà telelavoro, che invece è una forma di dipendenza imposta dall’azienda. “Dal punto di vista manageriale nessuno ha messo sul tavolo l’ipotesi di valutare se vi sia la possibilità di trasformare alcune posizioni in forme di telelavoro - assicura Strusi - Non ne abbiamo motivo. Nel futuro, anzi, vogliamo portare avanti integrazione tra lavoro in ufficio e agile, che è una modalità che comunque abbiamo attivato già da due anni”.

Non solo uffici, però: gran parte delle attività di Gsk, come detto, si svolge in laboratori di ricerca e negli stabilimenti produttivi, dove si lavora a farmaci e vaccini. “Lo smart working in questi due ambiti esiste, ma il suo impatto è relativo”, racconta all’Agi Massimo Ascani, responsabile comunicazione di Gsk Italia. Ciò che può essere fatto da casa, prosegue, sono “soprattutto le attività di coordinamento e di analisi report”. Per chi deve necessariamente lavorare in sede anche in queste settimane di crisi, sono state invece predisposte nuove misure di sicurezza, dall’aumento dei turni a mensa agli ingressi contingentati nello spogliatoio, oltre naturalmente a sanificazioni straordinarie degli ambienti di lavoro.

CAIA IMAGE / SCIENCE PHOTO LIBRARY / NEW / Science Photo Library via AFP  
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Preoccupazione: per l’emergenza sanitaria, certo, la cui gravità si palesa ogni giorno nel numero di persone che perdono la vita e di quelle che hanno bisogno di ricovero o di cure. Ma anche per il lavoro, per l’economia, per il ritorno a una forma di normalità nel modo in cui ogni giorno si svolgono le nostre giornate.

L’associazione nazionale dei direttori del personale (Aidp), ha chiesto ai suoi tremila soci che cosa si aspettano dopo la fine dell’emergenza coronavirus e la riapertura graduale delle attività economiche: il quadro che emerge mostra preoccupazione, appunto, sia per il rischio di chiusure o crisi aziendali (una prospettiva temuta dal 56% degli intervistati) sia per le ricadute occupazionali, che secondo il 52% dei soci di Aidp si tradurranno in alti tassi di disoccupazione. 

Ma probabilmente anche chi manterrà il lavoro andrà incontro a notevoli cambiamenti: per il 62% degli intervistati occorrerà riprogettare la quotidianità secondo le norme di tutela della salute, svolgendo un’attività di prevenzione dal virus, ma soprattutto si assisterà a un potenziamento delle attività di smart working. 

A proposito del tema del lavoro agile, il portale web InfoJobs ha svolto un’indagine che mette a confronto aziende e lavoratori: in che modo, insomma, datori e prestatori guardano all’ipotesi dell’impiego da remoto?

Diamo uno sguardo alle lato delle aziende: il 56% di quelle coinvolte dall’indagine InfoJobs fa sapere di aver attivato lo smart working per la prima volta, e un altro 29% di averlo esteso a più figure o su più giorni. 

Sul fronte dei lavoratori i numeri sono ancora più grandi: il 79% di loro l’ha sperimentato per la prima volta, e un altro 14,5% ha cambiato le modalità in cui lo fruisce, cioè ne sta facendo ricorso in maniera più massiccia. Soltanto per una piccola fetta di lavoratori, il 6,5%, non c’è stato alcun cambiamento rispetto a prima. I dati, in ogni caso, vanno letti alla luce del fatto che non tutte le tipologie di business o non tutte le funzioni possono essere svolte in smart working: dai dati di InfoJobs risulta che i lavoratori italiani in smart working siano il 15%, una piccola percentuale della forza lavoro complessiva. All’incirca la stessa percentuale continua ad andare al lavoro, e la parte rimanente - indicativamente sette lavoratori su dieci - è invece in pausa forzata. 

Se questa è la fotografia di oggi, che cosa immaginarsi per i prossimi mesi e anni? Lo smart working sostituirà il lavoro in sede? Secondo Filippo Saini, Head of Job di InfoJobs, “i lavoratori sembrano apprezzare le potenzialità del lavoro da remoto, ma sono ben lontani dall’augurarsi che possa essere la modalità esclusiva e prioritaria di domani”. Guardando ai risultati dell’indagine, il 30% delle aziende ritiene che non apporterà cambiamenti alle modalità di lavoro rispetto all’organizzazione precedente alla pandemia. Prudenza anche da parte dei lavoratori, che sembrano sperare che il lavoro agile, cioè da casa, in futuro sia soltanto una piccola parte della propria routine: il 71% di loro, infatti, vorrebbe essere operativo dalla propria abitazione soltanto uno o due giorni a settimana. 

Marc Soler / Agf
Marc Soler / Agf

Il riferimento normativo che regola lo smart working è la legge numero 81 del 22 maggio 2017, in particolare gli articoli che vanno dal 18 al 23. Si legge che il lavoro agile viene promosso “in particolare allo scopo di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”, e che possa svolgersi “senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”. Stando a quanto stabilito dall’articolo 19, l'accordo relativo alla modalità di lavoro agile deve venir stipulato per iscritto tra datore e lavoratore subordinato.

Tuttavia, in queste settimane di emergenza dovute alla pandemia di coronavirus e fino al prossimo 31 luglio, il governo italiano ha stabilito che questa modalità di prestazione possa essere applicata "anche in assenza degli accordi individuali previsti" (articolo 2, comma 1 lettera r del dpcm dell'8 marzo 2020). 

Questa deroga, spiega all’AGI il presidente di Avvocati Giuslavoristi Italiani Aldo Bottini, “è molto opportuna perché dettata dall’emergenza”, ma presenta ugualmente un elemento problematico. Normalmente, infatti, l’accordo individuale include una serie di indicazioni con il quale datore e lavoratore stabiliscono disposizioni su come la prestazione debba svolgersi. “Ad esempio il modo in cui viene esercitato il potere di controllo del datore, oppure eventuali fasce orarie in cui il lavoratore deve assicurare la produttività o la reperibilità, o ancora i periodi obbligatori di riposo e disconnessione dai dispositivi utilizzati”. 

Insomma, una lista di cose che rendono possibile lo svolgimento del lavoro anche fuori dalla sede: banalmente, assicurando che tutti i lavoratori in smart working siano disponibili in uno stesso momento per una riunione virtuale. “Si può fare smart working anche senza queste indicazioni, ma non fissarle lascia una forma di incertezza”, prosegue Bottini. “Chiarire questi aspetti, al contrario, è interesse reciproco delle parti”.

Un’altra questione riguarda la sicurezza sul lavoro: la legge 81/2017 stabilisce che “il datore di lavoro garantisce la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile”. Che cosa significa, tradotto in termini semplici?

“Si tratta dell’informativa su salute e sicurezza, un altro documento importante che normalmente va allegato all’accordo e in cui si informa il lavoratore dei rischi derivanti dalla prestazione di lavoro fuori da locali aziendali”. Se le parti non decidono diversamente, infatti, il lavoratore può prestare la propria opera dal luogo che preferisce. Non potendo vigilare in modo diretto sull’impiegato, il datore ha un duplice dovere in fatto di sicurezza: “Informarlo, cioè metterlo al corrente dei rischi, e formarlo, cioè spiegare il modo in cui si deve comportare”, prosegue Bottini. 

Quest’ultimo punto è importante: la legge stabilisce infatti un aspetto importante a carico del lavoratore: “È tenuto a cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore per fronteggiare rischi connessi all’esecuzione della prestazione all’esterno dei locali aziendali” (art. 22, comma 2). In altre parole, il lavoratore deve rispettare quanto previsto dall’accordo.

Che cosa succede se mi faccio male?

Anche il lavoratore in smart working è tutelato in caso di infortunio. “La copertura Inail c’è sempre, a prescindere da qualsiasi responsabilità”, chiarisce Bottini. L’assicurazione copre anche il tragitto tra l’abitazione e il luogo nel quale ci si reca a fare smart working, “purché la scelta di tale luogo sia coerente con esigenza di conciliare esigenze vita-lavoro”, ricorda il presidente di Avvocati Giuslavoristi Italiani. 

Insomma: l’Inail indennizza l’eventuale infortunio durante lo smart working, a prescindere da qualsiasi responsabilità. Allo stesso modo di come avviene normalmente nel lavoro in loco, nel caso in cui il datore abbia omesso misure sicurezza si prefigura un’ulteriore responsabilità. “Se invece il lavoratore è stato correttamente informato ma non rispetta l’obbligo di cooperazione, il datore è esente da responsabilità”, conclude Bottini. In questo caso, insomma, riceverà l’indennità Inail, ma non potrà avanzare altre pretese.