"Se guardiamo bene il record di investimenti in startup, c'è poco da festeggiare"

Intervista a Salvo Mizzi, (Principia) che ad Agi spiega perché l'Italia rischia di non dare seguito alla crescita dei finanziamenti nel 2018, senza una precisa strategia che parta dalle politiche per gli investimenti

"Se guardiamo bene il record di investimenti in startup, c'è poco da festeggiare"
 (Agi)
 Salvo Mizzi, Principia Sgr

Il record di investimenti di startup in Italia è “sicuramente una buona notizia, ma va pesata con attenzione”. Salvo Mizzi, ex amministratore delegato di Invitalia Ventures, passato lo scorso novembre a Principia sgr come general partner ha commentato ad Agi i risultati dei primi sei mesi di operazioni di finanziamento in startup, smorzando gli entusiasmi e rilanciando la sua proposta di un piano da 5 miliardi in 5 anni di investimenti con la cabina di regia del pubblico “per svoltare pagina e fare stabilmente sul serio”.

Cosa la preoccupa dietro il buon dato dei primi sei mesi?

“Dobbiamo evitare di trovarci a breve nella classica situazione del dead cat bouncing (letteralmente "il rimbalzo del gatto morto", espressione che nel linguaggio finanziario indica un nuovo declino dopo un’inattesa ripresa del mercato, ndr). Il risultato è notevole, dipende però in larga parte da pochi grandi deal concentrati su startup ormai stabilmente trasferite altrove, non in Italia. E i round sono dominati da operatori non italiani. Sono round growth (round che consentono l'ulteriore crescita dell'azienda, ndr) che confermano la nostra capacità di produrre innovazione ma anche la nostra tendenza a generare semilavorati per l’esportazione”.

Non è un dato positivo?

“È chiaro che su scala globale è un primo punto almeno positivo, ma attenzione a non scambiare tutto questo per un passo in avanti strutturale. Non lo è ancora. Serve fare molto di più. Continuiamo ad avere bisogno del piano 5 miliardi in 5 anni che abbiamo lanciato sei mesi fa per voltare pagina stabilmente e fare sul serio. Siamo ancora ad una distanza siderale da Francia Germania UK e persino dalla Spagna”.

La crescita rispetto agli anni precedenti è dovuta secondi o terzi round di investimento, quelli che hanno fatto la differenza. Ma sembrano diminuiti i seed, almeno in termini assoluti. Un caso o è segno di qualcosa che sta cambiando? 

“La massa degli investimenti premia progetti in scaleup, quelli che giustamente vanno via verso il mercato globale. Il rallentamento sui seed e sui series A è invece un dato molto preoccupante che taglia le gambe ai facili ottimismi. E mostra anche una debolezza ben nota del nostro ecosistema e del venture capital nazionale. Che resiste e difende posizioni nelle fasi di investimento più rischiose e svanisce o quasi nelle fasi successive, quelle in cui in effetti si crea il maggior valore. Del resto, al netto degli investimenti extra nazionali anche il dato del primo semestre 2018 si avvicina ai mediocri risultati storici italiani in confronto ai grandi paesi europei”.

Cosa manca ancora?

“Dobbiamo coprire meglio le varie fasi e fare in modo che esista davvero una strategia nazionale capace di coordinare risorse, reperirle, concentrarle senza più dispersioni. Ci sono all’incirca quasi 10 potenziali unicorni oggi in Italia. Aspettano solo i capitali intelligenti che li aiutino a diventarlo. Non svendiamoli altrove a prezzi di realizzo”.

Aveva definito l'innovazione un'emergenza nazionale, commentando la scarsità di investimenti degli altri anni. Rimane l'emergenza?

“Confermo, l’innovazione è una autentica emergenza nazionale che va affrontata nel modo in cui si difendono e rappresentano gli interessi nazionali. Quelli profondi. È un tema che ha molto a che fare con il mestiere che riuscirà a fare l’Italia tra 5, 10, 20 anni in un contesto terribilmente competitivo. Un Paese che non investe sul proprio futuro rischia di essere senza futuro”.

Qual è la sua ricetta?

“La strada è quella di portare gli investimenti in innovazione ad un livello paragonabile a Francia o Germania. Serve per questo costruire una BPI italiana (una banca pubblica di investimento, sul modello francese), fare un Erisa Act italiano che porti gli investitori istituzionali a dare volume e continuità alla nostra filiera dell’innovazione. Serve che le grandi partecipate diano il via ad un serio ed articolato impegno nel Corporate Venture Capital, rispondendo alla responsabilità diretta che giocano nella prosperità del Paese. Serve rimodulare i PIR, ampliando al Venture Capital il raggio di impiego. Serve un presidio intelligente ed una capacità forte di proposta sul fronte europeo, da cui possono arrivare risorse essenziali. In questi giorni il settore farmaceutico italiano è diventato leader europeo, superando la Germania. Abbiamo la capacità di esprimere leadership in molti settori e lo abbiamo dimostrato molte volte. Ora è arrivato il momento di essere leader nell’innovazione. Almeno su scala europea”.

Nelle ultime settimane ha tenuto banco nel settore delle startup italiane il fallimento di Mosaicoon, che ha riacceso le polemiche sul venture capital italiano. Che idea si è fatto?

“Ho chiamato subito Ugo Parodi quando ho letto la notizia, volevo esprimere vicinanza e supporto. Che ribadisco. Ugo e il suo team hanno fatto un lavoro straordinario, gli investitori hanno fatto bene a supportarli. Si può criticare tutto, ma la sostanza è che le startup possono fallire il proprio obiettivo, è nella logica dell’innovazione. Quando Ev Williams andò dai propri investitori a dire ho sbagliato tutto vi restituisco i vostri investimenti, gli risposero che era onesto da parte sua e di riprovare con un altro progetto. Così nacque Twitter”. 



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