Perché (e come) Intesa San Paolo vuole salvare le banche venete

La prima banca italiana comprerà per un euro le parti sane di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, ma a precise condizioni

Perché (e come) Intesa San Paolo vuole salvare le banche venete

Oggi si fa avanti Intesa Sanpaolo, ma l'anno scorso ci aveva già provato Atlante, un fondo solo formalmente privato nato per intervenire nelle crisi bancarie italiane. L'obiettivo era salvare le cenerentole del nord-est: le banche venete portate al collasso da una eccessiva quantità di crediti deteriorati, ossia inesigibili. L'operazione era costata 3,5 miliardi di euro e si è rivelata sostanzialmente inutile perché Popolare di Vicenza e Veneto Banca, in crisi erano e in crisi sono rimaste. Ma prima di chiederci perché Intesa dovrebbe avere successo là dove Atlante ha fallito, bisogna capire da dove viene questa crisi.

Perché le banche venete sono in crisi 

Ormai lo sanno anche le pietre: tutto ha avuto inizio negli Usa quando un sacco di gente che aveva contratto un mutuo senza poterselo permettere (ma la cosa potrebbe essere girata in questo modo: gente alla quale le banche avevano concesso un mutuo anche se era evidente che non avrebbero potuto ripagarlo) è rimasta indietro con le rate. I famigerati mutui subprime erano stati concessi per l’acquisto della casa anche a famiglie senza redditi e senza lavoro. Questo terremoto ha lasciato relativamente indenni le banche italiane tradizionalmente meno speculative. Quando però la crisi si è trasferita ai debiti pubblici anche le banche italiane hanno sofferto. Tra il 2010 e il 2012 il mercato ha iniziato a temere che l’Italia non fosse più capace di rimborsare il suo debito pubblico. Questa crisi di sfiducia ha finito col travolgere anche chi, di questo immenso debito, è il principale acquirente: le banche italiane appunto. A questo, si aggiunge la concessione di finanziamenti ad aziende che poi sono ancdate in crisi e non sono riuscite a rimborsarli, così com'è accaduto anche a famiglie che si sono trovate con redditi ridotti per la perdita del posto di lavoro.

Le banche sono state costrette a prendere contromisure. Ad accantonare riserve per far fronte ad eventuali perdite. Oppure a fare svalutazioni: dichiarare a bilancio che dei 200mila euro prestati al signor Rossi per comprare la casa e su cui le rate non sono state onorate si conta di recuperare 100mila. Ad esempio pignorando e mettendo all’asta l’immobile. Svalutare significa mettere una pietra sopra quel prestito accettando di andare incontro a una perdita.

Questo terremoto ha lasciato relativamente indenni le banche italiane tradizionalmente meno speculative. Quando però la crisi si è trasferita ai debiti pubblici anche loro ne hanno sofferto. Il rosso accumulato dagli istituti di credito in questi anni è stato di 62 miliardi di euro a fronte di un volume dei crediti deteriorati lordi di oltre 341 miliardi (fonte Il Sole 24ore/S&P Market Intelligence).

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Le perdite che si accumulano finiscono per portare il patrimonio a livelli da non garantire più la solidità della banca. Per rimediare, occorre riportare il patrimonio sopra determinati parametri indicati dalle autorità. Per fare questo si fa un aumento di capitale, cioè si chiede soldi agli azionisti emettendo nuove azioni.

E' capitato che gli azionisti non abbiano dato la propria disponibilità a finanziare delle banche in crisi. È capitato con il fallimento degli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca e, soprattutto, del Monte dei Paschi di Siena.

 

Perché sono un caso disperato

Il problema principale è la crisi del brand. La frase ricorrente, quando si parla dei due istituti di credito che per decenni hanno sostenuto l'economia del nord-est, è che si tratta di un caso di "veneti traditi da veneti". Nessuno si fida più di Popolare Vicenza e di Veneto Banca e gli altri istituti hanno fatto a gara per attirare nelle loro casse i capitali in fuga da questo Titanic bancario. Le ipotesi che circolavano c'erano quelle di una fusione: un bagno di sangue in termini di numero di sportelli. O della creazione di un unico istituto quasi interamente meccanizzato: un'apocalisse in termini di posti di lavoro. La soluzione offerta da Intesa Sanpaolo sembra il salvagente lanciato all'uomo in mare ma le condizioni sono - come dire - un po' dure.

Eccole:

  • non deve essere necessario un aumento di capitale (cioè nessuno deve chiedere soldi)
  • non deve intaccare la solidità patrimoniale del gruppo (cioè io ti compro, ma non devi farmi danni)
  • non deve compromettere la politica dei dividendi che per l'anno prossimo conta di distribuire agli azionisti 3,4 miliardi (cioè i danni che non devi fare a me non devi farli nemmeno a chi mi dà le garanzie)
  • incondizionato placet di ogni autorità competente: governo e Ue (cioè si fa così e basta, senza che nessuno tiri fuori regole e cavilli)

Come avviene l'acquisto di una banca 

  1. Il consiglio di amministrazione delibera "la disponibilità all'acquisto di "certe attività e passività delle due ex popolari venete 

  2. Viene stabilito un prezzo simbolico di 1 euro (nessuna sorpresa: è già avvenuto per Ubi Banca e i tronconi ancora funzionanti di Etruria, Marche e CariChieti.

  3. Viene creata "una cornice legislativa, approvata e definitiva" che garantisca la copertura degli oneri e la sterilizzazione dei rischi

Cosa non viene comprato

L'offerta non riguarda:

  • I crediti deteriorati, (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute)
  • I crediti ad alto rischio
  • Le obbligazioni subordinate 

Perché (e come) Intesa San Paolo vuole salvare le banche venete
Banca Popolare di Vicenza 

Che cosa ne pensano gli analisti 

Per gli analisti di Mediobanca "la situazione resta ancora poco chiara e sarà probabilmente chiarita nei prossimi giorni, con la principale ambiguità che riguarda chi si farà carico del conto della bad bank", ovvero se a pagare sarà lo Stato o il sistema bancario. "Sembra un'operazione troppo buona per essere vera in primo luogo per Intesa Sanpaolo ma anche anche per il sistema bancario italiano che si sarebbe dovuto far carico delle perdite".

Per gli esperti di Equita invece il punto di domanda è se il ministero dell'Economia "sarà autorizzato a iniettare capitale nella bad bank":  2,5 miliardi per la ristrutturazione.