Contro i giganti del tech americani si è formato un asse Berlino-Parigi. Sotto il cappello Ue

Un ministro francese cita in giudizio Apple e Google per pratiche commerciali sleali. Ultima tappa di una guerra aperta tra Europa e Usa

Contro i giganti del tech americani si è formato un asse Berlino-Parigi. Sotto il cappello Ue
 (Afp)
 Google, Apple

La decisione del ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, di citare in giudizio i giganti tecnologici americani, Apple e Google, per "pratiche commerciali sleali", è l'ultimo capitolo di uno scontro che vede coinvolti anche Berlino e Bruxelles. Da una parte ci sono le maxi-multe imposte dall'Unione europea ad Apple nell'agosto 2016 per accordi fiscali illegittimi con l'Irlanda e quelle a Google, decise a giugno del 2017, per posizione dominante nei motori di ricerca, e dall'altra c'è la ricerca di una corporate tax franco-tedesca, in vista di un'armonizzazione dei regimi fiscali Ue.

L'asse franco-tedesco per colpire i giganti americani

Da tempo Parigi e Berlino lavorano a stretto contatto di gomito contro Apple, Google, Facebook, Amazon e tutti i colossi tech che eludono il fisco, approfittando dei regimi fiscali speciali di Paesi come l'Irlanda e Cipro, strappando quote di mercato alle altre imprese del Vecchio continente. Ma in realtà Parigi e Berlino hanno un obiettivo ancora più ambizioso: armonizzare il quadro fiscale dell'Eurozona.

Il disegno di Macron, che per essere realizzato necessita di un vasto arco di allenze, a partire da quella con la cancelliera Angela Merkel, è di portare a compimento una vera armonizzazione fiscale, almeno tra i 19 Paesi membri dell'Eurozona. L'obiettivo di Macron è una corporate tax transalpina al 25% entro la fine del suo mandato quinquennale, e va nella direzione del riequilibrio di una situazione palesemente sghemba, con Paesi come l'Irlanda e Cipro che mantengono aliquote al 12,5%, cioè a quasi un terzo di quella francese.

Ma per portare a casa il risultato, l'alleanza con Berlino è essenziale. Per questo Le Maire conta entro il 2018 di avere una corporate tax franco-tedesca perfettamente allineata, "che dovrebbe rappresentare la base di un'armonizzazione delle aliquote dei 19 Paesi membri dell'eurozona", ridimensionando chi gioca a fare nell'Ue il Delaware o le Isole Vergini britanniche. In pratica Parigi e Berlino attaccano Apple e Google, anche perchè Dublino & Company intendano. 

 

La multa da 13 miliardi ad Apple decisa dall'Unione europea

Lo scorso 30 agosto 2016 la commissione Ue ha inflitto una multa senza precedenti: 13 miliardi di euro a Apple, per tasse arretrate dovute all'Irlanda per aver goduto di aiuti di Stato indiretti da parte di Dublino. L'Irlanda infatti ha applicato solo al colosso di Cupertino una tassazione di meno dell'1% sugli utili rispetto alla già bassissima aliquota del 12,5% che pratica abitualmente.

Si tratta della multa più alta finora inflitta dall'Ue, nettamente superiore a quella da 1,4 miliardi che deteneva il precedente record, inflitta al colosso energetico francese Edf. In pratica Bruxelles ha stabilito che i benefici fiscali accordati dall'Irlanda a Apple erano illegali rispetto alle regole Ue sugli aiuti di Stato, perché permettevano al gruppo americano di pagare molte meno tasse rispetto alle altre imprese.

Le norme comunitarie prevedono che gli aiuti di Stato illegali siano recuperati per annullare la distorsione della concorrenza che hanno provocato, per cui, come ha detto la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager: "L'Irlanda deve ora recuperare fino a 13 miliardi di aiuti illegali da Apple". Nonostante ciò, oltre un anno dopo la decisione della Commissione, Dublino si è guardata bene dal recuperare gli aiuti fiscali concessi ad Apple e quindi Bruxelles ha deferito l'Irlanda alla Corte per la "mancata esecuzione della nostra decisione".

Secondo le procedure, l'Irlanda disponeva di 4 mesi di tempo, ovvero fino al 3 gennaio 2017, per recuperare la somma, anche se aveva presentato un ricorso contro la decisione. Il ministro delle Finanze di Dublino ha comunque bollato come "totalmente inutile" il deferimento della Commissione europea, da cui il governo irlandese prende le distanze. 

La multa da 2,4 miliardi dell'Ue a Google

Lo scorso 27 luglio la Commissione Ue ha inflitto una multa record, in materia di concorrenza, a Google per una cifra pari a 2,42 miliardi di euro. L'azienda Usa ha fatto ricorso. L'ultima grande multa inflitta a un'azienda per abuso di posizione dominante risaliva al 2009, per 1,06 miliardi di euro, nei confronti del colosso dell'informatica Intel. La multa è stata decisa per "abuso di posizione dominante sul mercato dei motori di ricerca" e più nel dettaglio riguarda i "vantaggi illegali" .

Secondo la Commissione, Google ha favorito il proprio servizio di confronto fra i prezzi, ottenendo così "un vantaggio illegale" che il colosso Usa riserva al suo servizio di comparazione dei prezzi "Google Shopping". La Commissione ha disposto che "Google deve mettere fine a questa pratica entro 90 giorni, altrimenti sarà sottoposta ad altre multe fino al 5% del giro di affari medio realizzato ogni giorno a livello mondiale da Alphabet, la società madre".

La commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager ha commentato che "quello che Google ha fatto è illegale per quanto riguarda le regole Ue: ha impedito alle altre società di fare concorrenza sulla base dei loro meriti e di innovare. E soprattutto, ha impedito ai consumatori europei di beneficiare di una scelta reale di servizi e dell'innovazione".

Cos'è la comparazione del prezzi online e perché Google può influenzarla

Ma cosa è e come funziona la comparazione prezzi online e perchè il colosso del web col suo servizio può influenzare gli acquisti online al punto da prefigurare una posizione di monopolio? Innanzi tutto va detto che fare acquisti online è sicuramente comodo e conveniente, a patto di sapere dove cercare, altrimenti si rischia di essere dirottati, manipolati, mal indirizzati, specie quando si tratta di confrontare tra loro prezzi e prodotti, cioè di fare shopping comparativo, che poi significa guardarsi intorno sul web per decidere cosa comprare e in quale negozio farlo.

Nel caso di Google, la Commissione Ue ha inflitto una multa record da 2,4 miliardi di euro per aver dato più risalto ai risultati della sua piattaforma Google Shopping rispetto a quelli della concorrenza. In pratica, quando si fa una richiesta per comprare online un prodotto, ci si rivolge a un sito specializzato, o a un motore di ricerca. In Italia oltre il 90% degli navigatori web sceglie il motore di ricerca di Google senza porsi troppe domande, lo fa automaticamente, come succedeva per i software di Microsoft, i quali erano integrati nel sistema operativo e non impedivano di usarne altri, ma più semplicemente non davano modo di pensare che ce ne fossero altri.

Questo determina una sorta di monopolio di fatto, un abuso di posizione dominante, specie se Google, come suggerisce Bruxelles, tende a privilegiare indebitamente i risultati delle ricerche. In che modo? In pratica, chi vuole caricare sulla piattaforma Merchant di Google i suoi prodotti per venderli, si affida al motore di ricerca per il loro posizionamento sul web. Dunque è Google che decide, in base a un algoritmo, come posizionare i prodotti da mettere in vendita, cioè come renderli più visibili, grazie a dei criteri che solo in parte riguardano la loro convenienza (che invece è quello che più interessa l'acquirente). In alto a destra, sulle prime pagine, cioè nel modo più visibile, Google mostra i prodotti di Google Shopping.

Inoltre l'algoritmo seleziona i prodotti in base alle preferenze dell'azienda stessa, la quale non agisce arbitrariamente ma tiene sicuramente il più possibile conto del profilo Google di chi avanza la richiesta. Ognuno ha il suo profilo e perciò ogni ricerca avrà esiti diversi, non c'è una comparazione oggettiva, Google sceglie quello che ritiene sia meglio per sè e per l'utente, posizionando di conseguenza i prodotti. 



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