Breve storia del fondo da 100 milioni in startup della famiglia Agnelli

Lo scorso giugno John Elkann a Torino ha raccontato l'attività di un fondo dedicato all'innovazione. Quando è nato, chi lo gestisce, dove ha investito finora e perché in Italia continua a generare polemiche che adesso lambiscono anche il ministero dello Sviluppo economico 

Breve storia del fondo da 100 milioni in startup della famiglia Agnelli 
 (Afp)

Il 7 giugno scorso a Torino la Fondazione Agnelli ha chiamato a raccolta alcuni dei nomi più noti dell’economia digitale mondiale per presentare una scuola di formazione imprenditoriale rivolta agli studenti universitari. Con ogni probabilità si è trattato di un evento così denso di volti e nomi noti della Silicon Valley come mai si sono avuti in Italia. La scuola si chiama Sei, School of Entrepreneurship and Innovation, in inglese, perché la scuola è in inglese e agli studenti, che accederanno per meriti e gratuitamente, faranno lezione professionisti che si sono affermati nel digitale in ogni angolo del mondo. 

Davanti a 100 ragazzi provenienti da 20 nazioni hanno parlato 18 speaker, tra cui Peter Thiel, fondatore di PayPal, Raid Hoffman, Linkedin, Roni Bonjack, Facebook, e John Elkann, presidente e amministratore delegato di Exor. L'intenzione è creare così a Torino nuova generazione di imprenditori in grado di far crescere anche in Europa, anche in Italia, aziende del digitale in grado di raggiungere valutazioni miliardarie. Ed è per questo, spiegano, che lì sono stati convocati alcuni dei big dell’economia digitale mondiale. Per spiegargli che si può fare, che il potenziale c'è. 

Il discorso di Elkann in cui parla del fondo, e le polemiche 

John Elkann, nel suo discorso introduttivo, aveva dedicato un passaggio anche ad un’attività di investimento della famiglia Agnelli proprio attraverso la Exor: un fondo di investimento da 100 milioni da investire in startup. Ed è questo il passaggio che ha sollevato diverse perplessità, e alcune polemiche tra gli addetti ai lavori. 

L’ultimo dubbio su Twitter arriva da Stefano Firpo, direttore generale della politica industriale al ministero dello Sviluppo economico e tra i padri della normativa italiana sulle startup, che si chiede, condividendo un articolo che parla di questo fondo: “Quando investiranno in Italia?”. Per poi rincarare la dose: “Convocare guru internazionali della tecnologia in Italia per dire che si investe in America mi sembra solo fare bad signalling (dare un segnale negativo, ndr) e lo trovo davvero poco comprensibile”. 

 

 

Il dubbio, e la domanda, rimbalza da settimane tra chi in italia con le startup ci lavora e che già è in fibrillazione per la decisione del governo di mettere mano, non si sa ancora precisamente come al di là delle intenzioni, all’industria degli investimenti in startup in Italia. E la discussione che ha sviluppato questo tweet conferma che ciò che farà la società della famiglia Agnelli (che, contattati da Agi al momento non commentano direttamente alla frase di Firpo), è oggetto di attenzione. Tra chi ha espresso dubbi c'è anche Marco Cantamessa, già presidente dell'incubatore universitario del Politecnico di Torino i3P e di PNI, che sempre su Twitter riassume il progetto come un'operazione di chi "con una mano incentiva a fare startup in Italia, ma con l'altra dice "scherzavo, io investo a NYC" e si chiede: "perché illudere i giovani formandoli a essere imprenditori in un Paese nel quale non si crede?"

Per capire l’origine della polemica tocca tornare alle parole di Elkann nel suo intervento torinese. Dice il presidente di Exor nel passaggio che ha causato le polemiche: 

 

Trovo fondamentale la presenza di strumenti e di cultura che possano incoraggiare le persone che vogliono iniziare una nuova impresa.

Ecco perché alcuni dei più grandi leader del mondo tecnologico possono qui ispirare imprenditori più giovani a creare grandi società in Europa.

Questo è anche un impegno che prendiamo per il futuro, sia attraverso la Scuola, che come Exor. Exor negli ultimi 18 mesi ha investito in società “early stage” (Exor Seed, ndr), avviando finora 11 partnership con brillanti imprenditori che hanno fondato altrettante società: ci piace pensare a questi investimenti come semi, che piantiamo oggi e siamo disposti a curare e far crescere finchè diventeranno alberi alti e forti.

 

Quelle 11 partnership sarebbero gli 11 investimenti fatti finora dal veicolo degli Agnelli, Exor Seed, che ha cominciato ad operare l'11 gennaio 2018 investendo una ventina di milioni in tutto. Tutti negli Usa. Ma con l’orizzonte di trovare, forse creare, occasioni di investimento anche in Europa. Perché, fa sapere la società, non c’è alcun vincolo né pregiudizio territoriale o di settore agli investimenti. Saranno fatti laddove si creassero buone occasioni di business. 

Il motivo è piuttosto chiaro a guardare le logiche dell’industria degli investimenti in startup. A guidare il fondo è Noam Ohana, venture capitalist di origini israeliane, ora di base a New York. Erxor Seeds svolge le sue attività da New York. Da quanto risulta ad Agi ha già stabilito alcuni contatti con investitori italiani alla ricerca di occasioni di investimento, ma per ora nulla di concreto. Exor seed però, spiegano dalla società, non deve essere confusa con un’operazione di give back, di un ringraziamento al paese in cui si è cresciuti. Non si tratta di filantropia, è un fondo e come fondo cerca investimenti che possano generare ritorni. E per ora le occasioni, per motivi geografici e di relazioni tra fondi, si sono palesate negli Usa. Nulla preclude, spiegano, che possa succedere anche in Italia. 

Chi è l'uomo che gestisce il fondo di Exor in startup

Quanto a chi gestisce il fondo, Ohana si è laureato a SciencePo a Parigi, ha lavorato nel 2007 in un fondo di fondi per Atticus capital, private equity newyorkese, poi ha cofondato nel 2009 BeaconLight Capital, altro fondo newyorkese, e ancora, sempre a New York, Conegliano Ventures. Dal 2017 è managing director di Exor. E dirige le operazioni di Exor seed. Il suo curriculum parla chiaro delle radici east coast del fondo. 

Ma altrettanto chiaro risulta che Elkann nel suo discorso ha fatto riferimento al fondo come potenziale leva per supportare alcune delle iniziative nate dalla scuola nel futuro (minuto 5.28). Non è beneficienza, non è un’operazione di give back, ma una delle attività che compongono la miriade di attività di una società di investimento internazionale con sede ad Amsterdam nel 2016 e che ha una capitalizzazione di 15,6 miliardi. 

 

L'idea di investire in aziende del cibo e della moda, intanto, è rimasta un'idea

Forse un’operazione di give back gli Agnelli l’hanno pure tentata, con un altra attività. Elkann stesso un anno fa disse al Financial Times che avrebbe investito in aziende italiane a grande potenziale di crescita all’estero in grado di diventare la nuova Monclair, la nuova Eataly. Ma a distanza di oltre un anno, fa sapere Exor, non si è palesata alcuna opportunità di investimento in cui valesse davvero la pena metterci i soldi. Insomma alle porte di Exor non si sono presentate aziende in grado, a loro avviso, di diventare i nuovi cavalli di razza della moda e del cibo italiano. 

Intanto il dibattito sui social e sui siti di settore si è fatto accesissimo, tra accuse, richieste, analisi degli esperti. Sullo sfondo una domanda, piuttosto aperta, e che pare accenda gli animi soprattutto quando si tratta dei soldi della famiglia Agnelli: è giusto chiedere alle loro società di investire in Italia? E se la domanda comincia a circolare nei corridoi del ministero dello Sviluppo, acquisisce un certo peso. E forse una certa urgenza di ottenere risposta. 

Twitter: @arcangeloroc



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