Fmi, Brexit pesa sull'Italia, nel 2016 crescita sotto 1%

Il premier, i danni li sentiremo tutti, ma soprattutto gli inglesi

Fmi, Brexit pesa sull'Italia, nel 2016 crescita sotto 1%
 Fmi fondo monetario internazionale - afp

Roma - La Brexit si traduce in un taglio della crescita italiana. Alla revisione delle stime sta lavorando il Fondo monetario internazionale, secondo la cui "valutazione preliminare" l'incremento del Pil rimarrà sotto l'1% nel 2016 e si muoverà attorno all'1% nel 2017. La revisione al ribasso è stata annunciata alla presentazione del rapporto annuale per l'Italia, in cui il Fondo ha chiesto che le regole sulla risoluzione bancaria ed in particolare sul cosiddetto "bail in" vengano applicate "in maniera adeguata".

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Le conclusioni dell'Fmi arrivano mentre il governo italiano sta valutando la possibilità di utilizzare soldi pubblici per aiutare il sistema bancario e i particolare il Monte dei Paschi di Siena. Le nuove regole europee permettono la ricapitalizzazione preventiva degli istituti di credito in difficoltà, ma prevedono che gli obbligazionisti subordinati subiscano perdite insieme agli azionisti. 

In una conference call ai margini della presentazione del rapporto "Articolo IV", Rishi Goyal, capo missione per l'Italia, ha spiegato che il Fondo ha in programma di abbassare le sue stime di crescita per il 2016 da 1,1% a "meno dell'1%", e per il 2017 da 1,3% a circa l'1%, con rischi di un ulteriore ribasso. Le nuove stime, che verranno finalizzate il 19 luglio, sostituiscono quelle che sono inserite nel rapporto e che erano state prodotte prima del voto su "Brexit". Il dato, se confermato in occasione dell'aggiornamento del World economic outlook, rappresenta un taglio di circa lo 0,2-0,3% rispetto alle valutazioni contenute nei documenti diffusi al termine della consultazione annuale sull'economia italiana. Per quanto la ripresa sia prevista continuare", sottolinea l'istituto di Washington, "l'accresciuta volatilità del mercato finanziario e la generale maggiore incertezza potrebbero pesare su investimenti e crescita d'ora innanzi. Sebbene il commercio e l'esposizione diretta del settore finanziario con la Gran Bretagna siano relativamente limitati, la valutazione preliminare dello staff è che la crescita potrebbe rimanere sotto l'1% nel 2016 e a circa l'1% nel 2017, con i rischi al ribasso in qualche modo aumentati".

Sulla frenata del Pil prevista dall'Fmi si è espresso anche il premier Matteo Renzi: "Hanno ridotto tutti le stime dopo la Brexit, i danni ahime' li sentiremo, anche se li sentiranno soprattutto gli inglesi", ha spiegato, "noi tutti, italiani, francesi e tedeschi, potremo avere un piccolo rallentamento dell'economia, di qualche zero virgola, gli inglesi invece sono molto preoccupati" ha commentato il presidente del Consiglio a radio Rtl. "Cerchiamo di attrarre talenti e cervelli, cerchiamo di portare in Italia un po' delle istituzioni finanziarie e sanitarie che sono a Londra - ha detto Renzi -.
Il dato della Brexit porta un rallentamento dell'economia europea ma sul medio periodo fara' piu' male agli inglesi che a noi". 

Per il Fondo, il debito pubblico italiano è "elevatissimo e fonte di vulnerabilità". Nel suo Rapporto al termine della consultazione annuale sull'Italia, l'Fmi osserva che "il debito è aumentato da circa il 100% del Pil nel 2017 al 132,7% nel 2015, ben lontano dall'obiettivo del 60% fissato dal Patto di stabilità europeo. E ancora deve toccare il picco", osservano i tecnici di Washington, sottolineando che "in termini nominali" il debito italiano "è il più alto della zona dell'euro", mentre in rapporto al Pil "è il secondo dopo la Grecia". La sua struttura comunque, ammette il Fondo, "mitiga parzialmente i rischi di rifinanziamento". La scadenza media è a circa 6 anni e mezzo e circa il 70% è tasso fisso. Inoltre, circa i due terzi sono detenuti da investitori domestici. Nello scenario base del Governo italiano, che prevede il pareggio strutturale dal 2019 e una crescita nominale superiore al 2% annuo, il debito è previsto in calo. Tuttavia, afferma il Fondo, "il materializzarsi di moderati shock" sulla crescita o sui tassi d'interesse "potrebbe mettere a rischio l'obiettivo di una sua stabilizzazione o riduzione". Di qui l'invito a "ottenere e mantenere per parecchi anni un avanzo strutturale pari a circa lo 0,5% del Pil" per "assicurare che il debito declini stabilmente".

Il peso dei crediti deteriorati sta "ostacolando" la ripresa italiana: "ripulire i bilanci delle banche è cruciale per incoraggiare la crescita del credito, specialmente alle Pmi". Secondo l'Fmi l'ammontare complessivo degli impieghi a rischio detenuti nel portafoglio degli istituti italiani ammontava a 360 miliardi di euro alla fine del 2015, il 18% dei prestiti complessivi. Nel rapporto sull'economia italiana, i tecnici di Washington sottolineano che "il problema è particolarmente pronunciato per le cosiddette sofferenze, che ammontano a oltre la metà dei crediti deteriorati. Gli Npl italiani", si legge ancora nel documento, "valgono circa un terzo di quelli dell'intera area dell'euro". Secondo i tecnici di Washington, il settore finanziario italiano "rimane soggetto a rischi, poiché un certo numero di banche può continuare a incontrare difficoltà a generare utili sufficienti a rafforzare il capitale, svalutare i crediti a rischio e finanziare nuovi impieghi. I cuscinetti per far fronte a eventuali shock sono limitati". Di qui l'invito a mettere a punto una "strategia complessiva" che preveda misure "economiche, di supervisione e legali". L'Fmi riconosce gli sforzi fatti dal Governo per risolvere il problema.

Tutto ciò, però, conclude, non è ancora sufficiente e "ulteriori azioni sono necessarie per sostenere queste misure": dall'incoraggiamento alle fusioni, allo snellimento delle procedure di insolvenza, all'attività di persuasione delle autorità di vigilanza, fino a interventi che facilitino lo smaltimento delle sofferenze come un sistema di incentivi/disincentivi fiscali a mantenere o cedere le sofferenze in portafoglio o sul modello del Fondo Atlante.

"Sta agli italiani decidere il tipo di sistema che vogliono". Così il capo della missione del Fondo monetario internazionale in Italia, Rishi Goyal, risponde a chi, nel corso di una conference call, gli chiede un giudizio sulle riforme costituzionali messe a punto dal Governo Renzi. L'economista sottolinea che il pacchetto presenta "elementi importanti" ma sottolinea anche di non voler "entrare nel merito". In generale, conclude Goyal, "le riforme che prevedono più trasparenza e favoriscono gli investimenti spingono la crescita". 

Un intervento pubblico per mettere in sicurezza il sistema bancario italiano "è una delle opzioni", ma "spetta alle autorità" scegliere lo strumento migliore, all'interno delle norme esistenti. La valutazione è del capo della missione del Fondo monetario internazionale in Italia, Rishi Goyal, secondo cui "c'è abbastanza flessibilità nelle regole sugli aiuti di Stato". Secondo l'economista "ci sono le norme per affrontare il problema" e "il contesto legislativo consente di affrontare anche le emergenze". Tuttavia, aggiunge nel corso di una conference call sul Rapporto diffuso al termine della consultazione annuale sull'Italia, "non ci sono soluzioni in bianco o nero". Goyal afferma anche che il Fondo è "in contatto regolare" con le autorità italiane che "sono consapevoli dei problemi". Di sicuro, osserva, c'è che "il settore ha bisogno di una ristrutturazione e di muoversi verso basi più solide. In caso di emergenza", conclude, "ci sono varie opzioni e dipende dal giudizio delle autorità quali scegliere, all'interno del contesto normativo esistente". (AGI)