Crisi: Bankitalia, "Stiamo uscendo dalla 'Guerra dei 7 Anni"

(AGI) - Roma - "La Guerra dei Sette Anni e' quella dacui sta uscendo l'economia italiana. Non una guerratradizionale, ma una  [...]

(AGI) - Roma, 17 mar. - "La Guerra dei Sette Anni e' quella dacui sta uscendo l'economia italiana. Non una guerratradizionale, ma una di queste guerre moderne, virtuali, in cuicapannoni, uffici, posti di lavoro possono vaporizzarsi con ilclick di un mouse". La metafora e' del direttore generale dellaBanca d'Italia, Salvatore Rossi che, intervenendo al CollegioBorromeo di Pavia, ricorda come "rispetto a sette anni fa:produciamo quasi un decimo in meno, l'industria ha subito unacontrazione del 17 per cento, le costruzioni di oltre il 30.Sono stati distrutti all'incirca un milione di posti di lavoro.Le imprese investono un terzo in meno, le famiglie spendono l'8per cento in meno. Le esportazioni sono a stento rimastecostanti. E' aumentata la diseguaglianza fra le imprese e frale famiglie". Secondo Rossi, ora, pero', "ci sono tutti i presupposti perripartire. Ma la ripartenza", avverte, "e' timorosa, vaincoraggiata. Molte imprese sono pronte a investire ma ancoraesitano a farlo. Se le loro decisioni saranno rapidamentepositive ne discendera' un aumento dell'occupazione e laritrovata fiducia si trasmettera' anche alle famiglieconsumatrici". Per Rossi, "l'innovazione e' centrale per lo sviluppoeconomico. Negli anni passati", osserva, "gran parte delsistema produttivo italiano, fatto da molte piccole impresepoco propense alla crescita, ha reagito con lentezzaall'opportunita' di sfruttare le nuove tecnologie". Ilcomplesso delle imprese italiane "mostra un forte divario dicapacita' innovativa rispetto ad altri sistemi avanzati". In un'indagine effettuata agli inizi della crisi solo il 40 percento dichiarava di svolgere innovazione di prodotto o diprocesso; il 64 per cento in Germania. In Italia la spesatotale per attivita' formale di ricerca e sviluppo nel 2013 erapari all'1,2 per cento del Pil, rispetto al 2,1 della mediadell'Unione europea, al 2,9 della Germania. La distribuzionedegli investimenti in ricerca e sviluppo e' molto concentrata:nel 2013 alle prime tre imprese per livello di spesa facevacapo il 56 per cento della spesa privata totale, a fronte del39 in Germania. "Per sviluppare il capitale umano di un paese", argomentail numero due di Bankitalia, "non basta piu' fornire a unnumero elevato di studenti un bagaglio di nozioni da applicarein modo standard durante la loro vita lavorativa. E' necessariodare competenza, cioe' capacita' di imparare continuamente".Rossi individua "uun circolo vizioso: il sistema universitarioitaliano non produce capitale umano adeguato a un'economiamoderna e avanzata; ma le imprese che dovrebbero domandarlo nonsono quasi mai attrezzate, spesso perche' troppo piccole, ariconoscerne i diversi gradi di qualita' e ad assegnare loro ilprezzo giusto. I livelli stipendiali a stento distinguono fraun neo-laureato di una universita' italiana di basso livello eun PhD di Harvard". Negli Stati Uniti, secondo dati dell'Ocse, sottolineaancora Rossi, per l'istruzione universitaria di un giovane sispendono in media 23.000 dollari (prezzi del 2011): la famigliane mette 15.000, lo Stato 8.000. In Italia l'investimentocomplessivo e' di soli 6.500 dollari: 2.200 a carico dellafamiglia e 4.300 a carico dello Stato; e' il segno di unascelta culturale antica e poco lungimirante. "L'impegno della politica economica nel nostro paese", diceil direttore generale di via Nazionale, "deve essere oggiquello di far nascere nuovi imprenditori, convincere gliimprenditori esistenti a far crescere le loro imprese, premiareil coraggio e l'inventiva, disincentivare le rendite diposizione. Un compito che investe il sistema educativo ma anchel'intero ecosistema normativo e istituzionale in cui vivono leimprese produttive. E' nelle imprese che si mettono a frutto leconoscenze e le competenze generate nei laboratori e nelleaule, le si trasforma in un flusso continuo di innovazioni, sirilancia l'economia creando posti di lavoro, domanda di beni,redditi, benessere. Spetta alla politica il compito, complessoe gravoso, di fluidificare il circuitoconoscenza-innovazione-rilancio economico, rimuovendo ostacoliinutili, fissando i giusti incentivi e disincentivi a tutela diinteressi pubblici effettivi, infine assicurando l'equita'sociale. Sempre rammentando", conclude, "che senza sviluppoogni equita' e' vana". .