Cina, Forum Pmi europee "porte aperte ma evitare superficialità"

Il presidente Di Maggio: mercato in cui vendere prodotti di qualità a una clientela sempre più esigente

Cina, Forum Pmi europee "porte aperte ma evitare superficialità"
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Roma - Da Paese in cui produrre a basso costo, a mercato in cui vendere prodotti di qualita' a una clientela sempre piu' esigente. La Cina e' cambiata radicalmente in pochi anni e offre oggi enormi opportunita' per le piccole e medie imprese italiane. In un'intervista all'Agi, Rosario Di Maggio, presidente del Forum per le PMI della Camera di Commercio europea in Cina, sottolinea come ci sia terreno fertile per le aziende straniere, ma a condizione che vi sia a monte una preparazione e una conoscenza approfondita del Paese.

"Le principali difficolta' nel mercato cinese sono frutto soprattutto di superficialita'", spiega Di Maggio, "in particolare bisogna tener conto che la legislazione in Cina sugli investimenti esteri e' stata messa a punto negli ultimi anni e aprire e mantenere un'attivita' o un branch di un'azienda straniera puo' essere molto complicato per le difficolta' burocratiche, le riforme improvvise, la poca trasparenza e per le differenze interpretative locali". "La Cina ha una classe media emergente, con redditi pro capite sempre piu' alti e consumi in aumento, soprattutto tra i piu' giovani", spiega Di Maggio, sottolineando le "grandi possibilita' di export per Paesi come l'Italia", in particolare nel campo della moda, del design, dell'alimentare, dei dispositivi medici, sanitari e della ICT.

"Assicurarsi di identificare il giusto modello di business, studiare il mercato e i gusti locali e, soprattutto, strutturare bene la forza vendite sono sicuramente aspetti fondamentali per avere successo. Prima di arrivare qui", sottolinea Di Maggio, "bisogna individuare un modello di business da attuare, bisogna fare promozione per avere capacita' di vendita e individuare nicchie di mercato". "Inoltre, e' necessario tener presente che i costi possono essere molto elevati e che quindi questo mercato non e' per tutti: la Cina delle grandi citta', dove vendere non e' economico, gli affitti, le risorse umane e le spese di amministrazione possono essere alti, e anche le tasse non sono cosi' basse come ci si aspetta".

"Tra le nostre PMI italiane tante vedono la Cina molto lontana, o peggio 'non piu' di moda', come mi e' stato ripetuto piu' volte durante i miei recenti viaggi in Italia", aggiunge Di Maggio, "ma basterebbe che le piu' strutturate mettessero a punto un piano strategico per riuscire a fare sistema e ad avere successo". "Anche nei settori della moda, del vino, in cui l'Italia e' piu' forte, siamo rimasti indietro". "A volte ho come l'impressione che la percezione della Cina tra le aziende italiane sia passata da una forte euforia per un Paese emergente, parliamo degli anni 2005-2009, alla convinzione che il Paese non offra opportunita' perche' troppo complicato, lontano e oggi in crisi o peggio, sull'orlo del fallimento. Dagli anni in cui era troppo sottovalutato in termini di difficolta' in entrata, tempi in cui la Cina era principalmente un Paese dove produrre o comprare prodotti di bassa qualita' e a cui l'Italia vendeva macchinari, pelli, tecnologia; ad oggi in cui le nostre aziende non sembrano capire che sono i cinesi a essere interessati a servizi e beni di consumo sempre piu' sofisticati, che offre quindi grandi opportunita' dove vendere".

"L'Italia continua a vendere macchinari industriali e per la produzione di prodotti finiti, dove rimaniamo leader insieme a tedeschi e giapponesi, ma in termini di servizi e beni di consumo la mia impressione e' che stiamo rimanendo indietro. Paesi come la Gran Bretagna, la Francia, l'Olanda e la Spagna stanno facendo molto bene in settori dove potremmo eccellere anche noi". "Se si guarda ad esempio al agro-alimentare, l'Italia e' il quinto Paese dell'Unione europea, dopo Francia, Olanda, Germania e Irlanda. In termini di valore, la Francia esporta quattro volte piu' di noi. La Spagna, che fino all'anno scorso ci stava ancora alle spalle, cresce a ritmi tre volte superiori ai nostri. Peggio ancora per quanto riguarda il vino, dove l'Italia vale solo un misero 6% delle importazioni di vino straniero". "Anche i numeri che quantificano il valore degli investimenti diretti esteri in Cina ci vedono indietro, l'Italia e' al quinto posto in Europa dopo Germania, Gb, Francia e Olanda. Penso che a troppe nostre aziende manchi il coraggio di investire, o piu' semplicemente di impegnarsi in un mercato che oggi puo' sembrare sempre piu' lontano e difficile". (AGI)