Banche: "Italian Job", il 'lavoretto' che ispirò Hollywood

Banche: "Italian Job", il 'lavoretto' che ispirò Hollywood

Roma - Non è un tipico modo di dire inglese, una di quelle espressioni idiomatiche l'ignoranza delle quali fa la differenza tra un anglista affermato ed uno che sì e no può aspirare al First Certificate, ma se continua così tra poco lo sarà. "Italian Job", definizione che domina la copertina di questa settimana dell'Economist, con tanto di Matteo Renzi in bilico su uno strapiombo alla guida di un pullman tricolore, è un'immagine usata sempre più spesso nel linguaggio comune, e soprattutto nel ciangottio della politica internazionale. Perché, si sa, ad orecchie anglosassoni l'italianità suona ancora come qualche cosa di esotico, di vagamente incomprensibile, talvolta divertente talvolta irritante. Cialtronesco e accattivante: esattamente come ci vede Jack Lemmon in "Maccheroni", piccolo gioiello di Ettore Scola con Marcello Mastroianni, o Melville Shavelson in "La Baia di Napoli", creazione hollywoodiana del 1960 con una strepitosa ed ammaliatrice Sophia Loren. Non c'è verso di cercare la traduzione di "Italian Job" su un sito specialistico o in un dizionario: zero sul Webster o sull'Heritage, altrettanto su wordreference o addirittura sul Cambridge. Troppo nuovo, troppo americano si direbbe. Perchè, in effetti, proprio di roba di Hollywood si tratta, e non di Globe Theatre, se è vero che l'espressione risale ad un film anch'esso degli anni '60, epoca in cui gli americani, spinti da un famoso articolo di John Steinbeck, facevano a gara per fare le vacanze tra Capri e Positano.



"The Italian Job", per la precisione, è una pellicola del 1969, data che lo pone come il canto del cigno del genere "It started in Naples". Del resto nemmeno a Napoli è ambientato, ma a Torino, città fredda e industriale dove piomba un gruppo di ladri inglesi con l'intenzione di derubare la Fiat dei ricavi di un'intera stagione, imprudentemente trasportati in un furgone blindato tra il Lingotto e l'aeroporto di Caselle. Ci riescono bloccando il sistema di regolamentazione dei semafori messo a punto dal Comune, all'epoca retto da un'amministrazione di centrosinistra. Traffico del tutto paralizzato, furgone ripulito, polizia seminata e fuga per la spartizione del bottino. Nemmeno il buon gusto di sgommar via su delle Fiat: i ladri, da buoni inglesi, preferiscono delle Mini Cooper (del resto, allora come ora erano fuori dell'Unione Europea). Ecco quindi l'unica traduzione possibile del neologismo: "Lavoretto all'italiana" (oppure, a seconda dei casi, "Lavoretto in Italia") in tutte le accezioni possibili, positive e negative. Quanto poi all'opera di Shavelson, è vero che chiuse un genere, ma resta al tempo stesso uno dei migliori esempi di un altro, quello delle grandi rapine cinematografiche del tipo "Sette uomini d'oro". Tanto è vero che nel 2003 arriva il remake a firma di Gary Gray, preannunciato due anni prima da un apposito videogame. Nel frattempo tantissime citazioni sempre hollywoodiane. Si pensi solo che ha ispirato una quantità di scene della serie di Ocean ("Ocean's Eleven", "Ocean's Twelwe", "Thirteen" ecc.) - a sua volta remake di un Colpo Grosso datato 1960.

Bisogna dire che le auto di fabbricazione italiana usate in tutti questi metri di girato sono proprio pochine, e questo non va a merito dell'onestà intellettuale di Hollywood. In compenso, non è chiara nemmeno la marca del pullman che Renzi sulla copertina dell'Economist ha spinto a marcia indietro oltre il ciglio della strada. Quando il settimanale britannico lo rappresentò con un gelato in mano su una barca che andava giù, il Presidente del Consiglio ebbe cura di farsi portare a Palazzo Chigi un cono da un carretto che sembrava uscito da "I giardini di Marzo" di Lucio Battisti. Ripetere il gesto, di chiaro intento esorcistico-apotropaico, oggi sarebbe un pò più rischioso. Si consoli, allora, Renzi pensando ai precedenti, che lo pongono al fianco di alcuni suoi illustri predecessori. Nel 1990 sempre l'Economist usò in copertina un'identica immagine automobilistica per azzopare il Governo Andreotti VI. "Sotto la sua guida l'Europa somiglia ad un pullman guidato dai fratelli Marx", scrisse con sublime cattiveria. Ma per fortuna esiste una nemesi, ed allora un attacco così frontalmente diretto, impietoso e ingeneroso a chi stava avviando il processo degli Accordi di Maastricht oggi trova la sua punizione negli stranguglioni che agitano la redazione dell'Economist da quando ha vinto la Brexit. E poi ci si ricordi del trattamento riservato a Silvio Berlusconi, definito simpaticamente (sempre in copertina) "Inadeguato a guidare l'Italia" e, addirittura, "L'uomo che è riuscito a fottere un intero Paese". Fino ad arrivare ad un terribile "That's all, Folks", con cui si salutava l'ormai ex presidente del Consiglio con la frase preferita dei cartoni animati. Altro che "lavoretto all'italiana". In fondo, quel pullman è ancora per metà su un terreno solido. Bisogna vedere, semmai, se la macchina è a trazione anteriore oppure no.(AGI)