'Carne Mia', Roberto Alajmo torna al romanzo

Roma - Si comincia con due ragazzini che camminano dal lato dell’ombra, su una strada assolata. Ma è solo l’inizio della fine. Prima c’è tutta una vicenda ambientata negli anni Novanta al Borgo, il quartiere popolare di Palermo incastonato ai margini della zona più prestigiosa della città. Roberto Alajmo, giornalista, scrittore e direttore artistico del Teatro Biondo di Palermo, torna al romanzo e lo fa con una storia che echeggia un suo successo, quel 'E' stato il figlio' portato sul grande schermo da Daniele Ciprì. 'Carne mia' (Sellerio, 296 pagine, 16 euro) racconta della famiglia Montana, che campa grazie a una bancarella abusiva di frutta e verdura fondata dal padre e, dopo che questi scompare, portata avanti da moglie e figli. Due figli: il primo, Franco, gran lavoratore; il secondo, all’opposto, voglia di lavorare già ne ha poca, e ancora più inaffidabile diventa quando s’innamora di una ragazza che è peggio di lui. Assieme i due fidanzati estorcono continuamente quattrini alla madre, e quando superano l’ennesima soglia di violenza, Franco li uccide entrambi, finendo per adottare loro figlio, poco più che neonato. A questo punto la famiglia allargata si trasferisce nel sud della Spagna, cercando di rifarsi una vita. Franco in effetti trova una moglie e ci fa un figlio. Fuori dalla loro terra d’origine i siciliani sembrano potersi affrancare dal loro destino.

Calò e Kevin crescono come fratelli, convinti di essere fratelli. Ma un fattore imprevedibile porta la verità ad affiorare: Calò scopre che il suo amatissimo padre non è suo padre. Anzi: è l’assassino dei suoi genitori. Cosa succede a questo punto nel suo cervello? Può rifiutare la verità, certo. Ma la verità viene a strofinarsi fin sotto il naso di Calò, che alla fine deve arrendersi all’evidenza.

Una storia dura, al centro - come in È stato il figlio - la famiglia, quella dei quartieri difficili come il Borgo Vecchio dove le convenzioni territoriali sono la vera forza di «un paesello che resiste alle infiltrazioni della modernità, rinunciando ai benefici dell’integrazione in cambio dell’indipendenza morale e amministrativa». (AGI)