Vittorio Pezzuto: "Quattro motivi per cui quella sentenza non convince"

Intervista al giornalista che ha 'smontato', con un libro, le sentenze che ha condannato in via definitiva Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro

Vittorio Pezzuto: "Quattro motivi per cui quella sentenza non convince"

ll 9 maggio del 1997 in cui Marta Russo, studentessa ventiduenne di Giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza, fu raggiunta da una pallottola calibro 22 alla testa mentre camminava lungo un vialetto della Facoltà. Morì 4 giorni dopo. Il caso (giudiziario e mediatico) si chiuse nel 2003 con la condanna a 5 anni e 4 mesi per omicidio colposo per il dottorando di filosofia del diritto Giovanni Scattone e a 4 anni e 2 mesi per favoreggiamento per il collega Salvatore Ferraro.

“Per Marta non è stata ancora fatta vera giustizia”, sostiene il giornalista Vittorio Pezzuto (già autore della biografia di Enzo Tortora "Applausi e sputi", Sperling&Kupfer), che ha appena pubblicato un accurato e corposo libro-inchiesta dal titolo "Marta Russo, di sicuro c'è solo che è morta". Il libro di Pezzuto ripropone per la prima volta quelli che secondo Pezzuto sono 'buchi neri' dell'inchiesta nonché i diversi colpi di scena nei diversi gradi del processo che portarono alla condanna dei due giovani. Ma soprattutto, vent'anni dopo quell'omicidio, arriva a una conclusione sconvolgente su un caso che per larga parte dell'opinione pubblica resta ancora inspiegabile. Non è forse un caso se tutti i maggiori editori italiani abbiano rifiutato di pubblicarlo, adducendo i motivi più diversi: “Questa storia non interessa più nessuno”, “Non avrebbe un mercato”, “Ci piace molto ma abbiamo paura di essere citati dai magistrati”... Pezzuto ha così deciso di autopubblicarlo, mettendolo in vendita direttamente su Amazon.

“Troppi buchi neri in quell'indagine”

“La vicenda giudiziaria si è conclusa anni fa con un verdetto definitivo che non convinse e non convince tuttora moltissimi. Scattone e Ferraro secondo me sono innocenti”, ha spiegato in un’intervista all’Agi Vittorio Pezzuto. “Mi sono avvicinato a questa storia senza pregiudizi, costruendomi un imponente archivio personale che comprende 8 faldoni contenenti i circa 15mila documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambien­tali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’Assise), tutti i take di agenzia sul caso lanciati dal 1997 al 2015 nonché cir­ca 8mila articoli ed editoriali apparsi sui maggiori quotidiani e periodici. Ben presto mi sono accorto che i conti non tornavano: assenza di qualsivoglia movente, arma mai ritrovata, testimonianze dell’accusa fragili e contraddittorie, perizie balistiche ballerine (le due particelle di bario e di antimo­nio trovate sulla finestra della Sala assistenti non erano ad esempio residui di polvere da sparo ma molto probabilmente residui di frenatura d’auto), errori fondamentali nella lettura degli orari dei tabulati telefonici, ecc.”.

I 4 capisaldi (fragili) del processo secondo Pezzuto

1 – IL MOVENTE: “L’omicidio di Marta Russo non ha un movente. Anzi, come scrisse all’epoca il Tribunale della Libertà per motivare la mancata concessione degli arresti domiciliari ai due detenuti: 'Il delitto è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l’azione omicida è l’assenza di movente specifico direttamente connesso con la vittima'. Con queste motivazioni si potrebbe tenere in carcere chiunque... Venne spiegato che i due avrebbero ucciso Marta, e quindi compromesso la loro carriera e la loro vita, solo per dimostrare che si può compiere un omicidio senza esserne ritenuti colpevoli. La prova? Un fantomatico seminario sul “delitto perfetto” da loro tenuto alla Sapienza. Peccato che tale seminario non sia mai esistito. Ma intanto se ne parlò per mesi sui giornali, presentandoli come dei mostri gelidi, senza cuore”.

2 - L’ARMA: "Nonostante tutti gli sforzi, l’arma del delitto (una pistola calibro 22) non è mai stata ritrovata".

3 – L’AULA 6: Secondo le prime risultanze della stessa polizia scientifica, più che dall’aula 6 di Filosofia del diritto, molto più probabilmente il colpo era stato esploso dal sottostante bagno per i disabili della Facoltà di Statistica. E alla stessa conclusione arrivarono perfino gli stessi periti nominati dalla Corte d'Assise prima e dalla Corte d'Assise d'appello poi. “Incredibilmente, non vennero creduti e anzi smentiti nelle motivazioni delle sentenze di condanna! Infine è stato impossibile determinare con certezza assoluta la stessa traiettoria del proiettile: Marta stava camminando e parlando con una sua amica e occorrerebbe conoscere la sua posizione nonché la rotazione esatta della sua testa al momento dell'impatto”

4 - LA PROVA DELLE PARTICELLE DI BARIO E ANTIMONIO: Perché l’aula 6? Il 20 maggio venne ritrovato sul davanzale una particella binaria (bario+antimonio) che all'epoca si ritenne prova “esclusiva” di polvere da sparo. “Peccato che per la letteratura scientifica più avanzata lo sarebbe stata invece una particella ternaria (piombo+bario+antimonio) e gli stessi tecnici di Scotland Yard scrissero che molto probabilmente si trattava piuttosto di un residuo di frenatura d'auto”. In ogni caso fino al 20 maggio l'aula 6 rimase accessibile a tutti: “Definire ‘inquinata’ la scena del delitto sarebbe eufemistico”, sostiene Pezzuto. “Oltretutto uno sparo avrebbe rilasciato non una ma centinaia almeno di queste particelle, rintracciabili anche a distanza di parecchi giorni dal delitto.