Grandi Navi a Venezia: le foto censurate (e profetiche) di Berengo Gardin

Fioccano i commenti autorevoli, e contrari, al passaggio dei "grattacieli del mare" nel canale della Giudecca. Ma era necessario sfiorare la tragedia per ribadire la pericolosità del fenomeno?

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YouTube / Chioggia Azzurra
La nave da crociera Opera ha speronato un battello a Venezia

“Il 2 giugno del 2019 deve segnare la data della piena presa di coscienza della morte lenta di Venezia” scrive Antonio Scurati, l’autore del recente M. Il figlio del secolo, su La Stampa.

Lo speronamento di un vaporetto da parte di una nave da crociera nel canale dei Petroli, tra Venezia e l’isola della Giudecca, è oggi su tutte le prime pagine dei quotidiani. Una tragedia annunciata sulla quale si sono chiusi gli occhi per anni e sulle cui modalità per evitarla ci si divide da anni, per calcolo e anche molti opportunismi.

Il Corriere della Sera, edizione su carta, per la firma di Gian Antonio Stella ricostruisce nel dettaglio la mattinata della collisione di ieri e anche il background e il backstage di un dibattito che dura da decenni, ricordando che “Il sindaco Luigi Brugnaro tuona: ‘È l’ennesima dimostrazione che non è più pensabile che nel canale della Giudecca debbano passare le grandi navi. Lo diciamo da otto anni, e chiediamo immediatamente l’apertura del Vittorio Emanuele’”.

Ma sembrerebbe più che altro una dichiarazione ad effetto, dettata dall’emozione, sull’onda di un fatto di cronaca e di una tragedia per grande fortuna evitata, ma non veritiera. Almeno stando all’intervista del grande fotografo Gianni Berengo Gardin, colui il quale ha immortalato le “Grandi Navi” che attraversano la laguna, intervistato da la Repubblica, e che ricostruisce l’episodio di una sua mostra censurata nel 2013 e dai più dimenticato.

Oggi Berengo Gardin definisce “lacrime di coccodrillo” quelle versate da quanti, subito dopo la collisione in laguna, si sono affrettati a dichiarare in coro “basta mega-crociere a Venezia”. Come dire? Bugiardi! Racconta il grande fotografo, 88 anni: “Sono venezianissimo, la mia famiglia è veneziana da cinque generazioni, mia moglie è veneziana e i miei figli sono nati a Venezia, ho vissuto qui trent’anni, ho gestito un negozio di vetri di Murano in Calle Larga San Marco”. 

 

“Dovevamo arrivare sull’orlo della tragedia perché cambiassero idea? Non bastava guardare? Non le vollero esporre a Palazzo Ducale, le mie foto. Era già tutto pronto, ma il sindaco Brugnaro disse che la mostra doveva essere “meglio articolata”. Volevano metterci immagini che facessero da contrappeso. Di fatto, una censura inaccettabile. Ma la mostra la feci lo stesso, grazie al Fai, all’ex negozio Olivetti di piazza San Marco. Ne feci anche un libro, grazie all’editore Contrasto”.

 

Berengo Gardin ricorda anche che “quando la mostra aprì fece millecinquecento persone al giorno, il sindaco le vedeva quando prendeva il caffè ai tavolini lì di fronte, lo avrà capito che la gente era contraria”.

E ancora: “Quelle navi sono sempre state una sfida a Venezia. Per capirlo bastava aprire gli occhi. Quei mostri mi ossessionavano. La loro dismisura rispetto alla fragilità di Venezia mi angosciava. Grattacieli orizzontali galleggianti, lunghi due volte piazza San Marco e alti il doppio di Palazzo Ducale... Mi pareva impossibile che nessuno vedesse quell’aggressione visuale, che umiliava la bellezza della città e che poteva essere il preannuncio di disastri reali”.

Il disastro è stato sfiorato. Ma cosa ha da dire il sindaco Brugnaro a Berengo Gardin che lo accusa di aver rifiuta la sua mostra del 2013 sulle Grandi Navi che transitano in laguna squassandola in ogni caso? Solo per via del moto ondoso che provocano?



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