La storia talvolta non insegna nulla. Prendi lo stadio della Roma

La corruzione, in questo Paese, è accettata con la rassegnazione di chi la considera un “fenomeno normale”. Ed allora, se è un fenomeno normale, non lamentiamoci dei posti di lavoro che mancano, dei nostri giovani che sono costretti ad emigrare all’estero

La storia talvolta non insegna nulla. Prendi lo stadio della Roma

Nove arresti per corruzione ed i lavori dello stadio non sono neanche partiti. Roma, la Capitale di questo Paese, si risveglia ancora una volta senza “gli anticorpi” e soprattutto in balia di un dilagante malaffare. Se da un alto i cittadini non arrivano a fine mese, dall’altro c’è chi continua ad arricchirsi sulle spalle di opere pubbliche, grandi opere ed eventi. Ecco la risposta alla sfiducia dei cittadini, sempre più disgustati da una corruzione meno sporadica e più sistemica.

A ventisei anni dall’arresto di Mario Chiesa – il 26 febbraio del 1992, momento in cui cominciava l'indagine “Mani pulite” e finiva l'era della Prima Repubblica -, sembra che la classe dirigente italica non abbia fatto passi avanti. “A livelli diversi, finalità e modalità diverse. È un Paese che sta morendo. C’è sfiducia, la gente non va più a votare, espatria”. Commentava Piercamillo Davigo, ricordando l’anniversario dell’indagine pochi mesi fa.

Ed allora, come adesso, manca la coscienza civile.  Già nel 1992, oltre alla bravura degli inquirenti, l’effetto domino fu innescato dal fatto che fossero “finiti i soldi”, non certo da un sussulto delle coscienze. Oggi, che tanti passi sono stati fatti anche nella lotta alla corruzione anche sotto il profilo normativo, vediamo che l’andazzo è sempre lo stesso: cambiano le “casacche” politiche, ma i risultati sono ugualmente drammatici.

Ai tempi di “Mani Pulite” erano i principali partiti politici a giocare questa funzione di “regolazione” tramite il finanziamento illecito, che era il prezzo che molti dei partecipanti al gioco pagavano ai partiti, cioè a strutture organizzate, per entrare nella spartizione riservata a pochi delle risorse pubbliche. Quando il peso dei partiti è venuto meno, e con esso la loro forza organizzativa, di volta in volta attori diversi (faccendieri, vertici di consorzi, associazioni mafiose autoctone), sono subentrati.

Naturalmente anche per gli indagati sullo stadio vale la presunzione di innocenza. Per ora stiamo alle carte giudiziarie e alla tesi accusatoria.

“Non è più una singola cabina di regia che faceva perno sulle segreterie dei vari partiti, ma in un sistema policentrico, in cui assume importanza il cosiddetto faccendiere che connette i singoli rami”. Così Alberto Vannucci, professore di Scienze Politiche all’Università di Pisa ed esperto di “prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”, spiegava le differenze fra gli anni bui di tangentopoli e quelli odierni.

Ma è la cultura che deve cambiare. Se è vero come è vero che, a seguito della sentenza di primo grado del processo “Mondo di mezzo”, in cui l’accusa della Procura Capitolina contestava l’associazione mafiosa mentre il Tribunale ha riconosciuto il sistema corruttivo, chi è stato condannato ha esultato, così come una parte dell’opinione pubblica, sostanzialmente dicendo “avete visto? È corruzione, non mafia”.

Come se la corruzione in questo Paese non fosse una vera e propria emergenza, come se per qualcuno rubare fondi pubblici sia quasi accettabile, non capendo che quei soldi sono di ogni cittadina ed il bilancio della corruzione nel nostro Paese, 60 miliardi di euro (secondo una vecchia stima da molti confutata), pesa sulla vita di ciascuno di noi. 

È un po’ come quel politico che, arrestato nel siracusano per voto di scambio politico-mafioso, viene rimesso in libertà dal Tribunale del Riesame con la “sola” accusa di corruzione elettorale e la prima dichiarazione che fa è quella della vittima.

Ma insomma, il problema è che si comprino i voti dalla mafia o che si comprino in assoluto? La corruzione, in questo Paese, è accettata con la rassegnazione di chi la considera un “fenomeno normale”. Ed allora, se è un fenomeno normale, non lamentiamoci dei posti di lavoro che mancano, dei nostri giovani che sono costretti ad emigrare all’estero. Perché se non cambia la cultura, gli inquirenti continueranno nel loro “brillante” lavoro, ma passata l’indignazione del momento tutto tornerò come prima.

Senza comprendere che, nel 2018, in Italia la corruzione è l’altra faccia della stessa medaglia delle mafie. Quindi purtroppo: con le mazzette e senza lavoro per i più giovani.



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