I porti italiani sono chiusi o no?

"Non lo sono", sottolineano i manager degli scali, mentre rimangono al largo delle coste maltesi le navi Sea Watch e Sea Eye con 49 migranti a bordo. Toninelli risponde con un duro monito. Ma cosa prevede il codice della navigazione? E gli sbarchi sono cessati davvero?

sea watch porti chiusi

"I porti italiani restano chiusi", ribadisce Salvini mentre nel Mediterraneo si consuma il nuovo caso di una nave Ong che fatica a trovare un porto d'attracco dove far sbarcare i migranti a bordo e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, cerca una mediazione. Quello dei "porti chiusi" è stato uno dei punti forti della propaganda elettorale leghista, e la volontà politica dietro la stretta sulle Ong, già avviata dal predecessore Marco Minniti, è sicuramente in larga parte attribuibile all'attuale ministro dell'Interno. Ma ciò può portarci a definire "chiusi" i porti italiani? 

In primo luogo va sottolineato che la responsabilità di negare l'accesso ricade invece sul ministero delle Infrastrutture. A ricordare le sue prerogative è stato il responsabile del dicastero, Danilo Toninelli, in un post su Facebook nel quale ha ricordato le sue prerogative.

"Nessuna Autorità di sistema portuale italiana può arrogarsi prerogative che travalicano le sue funzioni amministrative", scrive Toninelli, "darò mandato alle strutture del mio ministero di valutare eventuali accertamenti di natura disciplinare. Non ho emanato alcun decreto di chiusura dei porti perché non serve, non essendo alcun porto italiano interessato alle operazioni e non avendo il Mrcc (Maritime rescue coordination centre) italiano coordinato i soccorsi".

La "rivolta" dei manager dei porti

A chi si rivolge Toninelli? Ai presidenti di alcune autorità portuali che, leggiamo su La Stampa, hanno contestato, sia nel merito che nella sostanza, le affermazioni del ministro dell'Interno. Prima Pietro Spirito, presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno centrale (quella che include Napoli) e poi i colleghi di La Spezia e Marina di Carrara, Carla Roncallo, e Pino Musolino, capo del porto di Venezia. Il quotidiano di Torino parla di una "rivolta dei manager che gestiscono quegli scali marittimi spesso scavalcati e lasciati a gestire situazioni delicate". E riporta le parole di Roncallo, che raccoglie l'appello per l'apertura del porto arrivato da quattro consiglieri comunali spezzini: "Da essere umano penso sia vergognoso e incredibile che non si riesca a trovare una soluzione per risolvere la terribile situazione di queste persone. Rispondo che il porto non è chiuso come, ritengo, non lo siano gli altri porti italiani".

Cosa prevede la legge?

L'articolo 83 del Codice della navigazione prevede che il ministro dei Trasporti possa "limitare o vietare il transito o la sosta di navi mercantili nel mare territoriale per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino". L'interdizione dei porti a unità che hanno svolto attività di soccorso e salvataggio può comportare però la violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, laddove i naufraghi necessitino di cure mediche o di generi di sostentamento. 

Gli sbarchi sono davvero finiti?

In effetti, pur in presenza di una contrazione superiore all'80% su base annua e di un azzeramento dei flussi dalla Libia, gli sbarchi negli ultimi mesi non sono cessati: a dicembre, ad esempio, sono approdati sulle nostre coste 359 migranti ma - spiegano dal Viminale - si tratta di imbarcazioni di dimensioni ridotte, barchini o gommoni generalmente con pochi a bordo, che arrivano autonomamente, senza chiedere aiuto, e che seguono rotte alternative a quelle tradizionali. 

Cosa prevede il codice per le Ong?

Il Codice di condotta delle Organizzazioni non governative, voluto dall'ex ministro Minniti e approvato anche dall'Unione europea, prevede esplicitamente che dopo l'imbarco delle persone soccorse, le navi delle Ong completino l'operazione "sbarcando le medesime in un porto sicuro sotto il coordinamento dell'Imrcc competente", salvo in particolari situazioni di emergenza. Le Ong sono tenute anche a informare costantemente l'Imrcc delle attività intraprese dalle loro navi e di "eventuali iniziative intraprese autonomamente" purché giudicate "necessarie ed urgenti". Un coordinamento che, negli ultimi mesi, è venuto a mancare per la decisione del governo di vietare l'attracco alle navi Ong.



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