La denuncia di Otello Montanari ha cambiato il modo di raccontare la Resistenza

Nel 1990 con il suo appello "Chi sa parli" aprì il vaso di pandora dei crimini commessi dai partigiani. E fu isolato dai 'suoi'. E' morto a 92 anni 

La denuncia di Otello Montanari ha cambiato il modo di raccontare la Resistenza
Fototeca Gilardi / AGF 
L'uccisione di un fascista a Piacenza, il 28 aprile del 1945

"Chi sa parli": il diffusissimo modo di dire, tanto imperativo quanto vago, permette di non fare direttamente i nomi e lasciare ad altri il compito. Ma quando nell'agosto 1990 Otello Montanari, presidente dell'Istituto Alcide Cervi e dirigente dell'Anpi, scrisse una lettera al Resto del Carlino sull'omicidio del direttore generale delle Officine Reggiane Arnaldo Vischi, avvenuto nel 1945 e per il quale erano stati condannati in due, quel 'Chi sa parli' aprì uno squarcio nell'omertà del dopoguerra, nel mondo di chi aveva fatto parte delle formazioni partigiane, un mondo chiuso che nascondeva anche terribili segreti, come gli omicidi nel Reggiano, oltre agli atti di eroismo e di dura battaglia per strappare l'Italia al nazifascismo.

Con quella lettera - titolo originario "Rigore sugli atti di 'Eros' e Nizzoli" - chiedeva la riapertura di un confronto su alcuni omicidi del dopoguerra perpetrati da ex partigiani nel cosiddetto 'triangolo della morte'. Fu coraggioso anche allora e pagò a lungo con l'isolamento quella sua lettera, che però consentì di fare chiarezza e accertare la verità, portando alla scarcerazione di chi era stato condannato ingiustamente per il delitto Vischi e anche per altri omicidi. Come quello di don Umberto Pessina, avvenuto a Correggio, o del capitano Fernando Mirotti, avvenuto a Campagnola, e per i quali erano stati condannati partigiani come Germano Nicolini, un comandante ex sindaco di Correggio, detto "il Diavolo", ed Egidio Baraldi. Entrambi furono poi assolti.

La denuncia di Otello Montanari ha cambiato il modo di raccontare la Resistenza
Mimmo Frassineti / AGF 
 Otello Montanari

Eppure quella lettera, nonostante poi la revisione di processi e la scoperta di nuove verità nascoste gli dissero ragione, gli costarono l'espulsione dall'Istituto Alcide Cervi, di cui era presidente, e l'allontanamento dal Comitato provinciale dell'Anpi, oltre all'essere duramente contestato e quindi emarginato nel Partito comunista. La difesa da parte di importanti figure come Maria Cervi o Nilde Iotti, Antonello Trombadori, Piero Fassino, non sortirono alcun effetto, Otello Montanari fu 'bollato', la sua vita cambioò nuovamente.

Rossana Rossanda scrisse che "la vera notizia sul 'triangolo della morte' di Reggio Emilia è che se ne torni a parlare e che un articolo scritto da Otello Montanari sul Resto del Carlino abbia fatto così grande sensazione. Quelle uccisioni erano note". Furono tante e diverse le voci che si levarono contro Otello, compresa quella di Luciano Lama, che in un'intervista a Repubblica nel settembre 1990 ebbe a dichiarare "Il desiderio di vendetta non è un crimine, è un risentimento. Ricordo bene quando mi dissero che avevano fucilato mio fratello. La rabbia ti sale alla testa, te la senti nelle mani quando imbracci un fucile. Qualcuno ha resistito altri no. Magari volevi vendicarti, ma non potevi, non dovevi... Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra. Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il "cessate il fuoco". Quella no. La Resistenza fu una battaglia terribile, disperata e atroce". 

Trascorsero diversi anni - ben 15 - prima che chi l'aveva emarginato si ricredesse sul conto di Otello. Ci furono le scuse del Partito comunista, dell'Istituto Cervi e dell'Anpi, ma la ferita era stata inferta e certo non si rimarginò del tutto.

La denuncia di Otello Montanari ha cambiato il modo di raccontare la Resistenza
Fototeca Gilardi / AGF 
 Giovani partigiani nel marzo del 1945

Otello Montanari era nato nel maggio del 1926 a Reggio Emilia; nel 1941, a 15 anni, si iscrisse al Partito comunista e fu studente a ragioneria della professoressa Nilde Iotti, di cui poi diverrà collega parlamentare nel 1958. Prese parte alla guerra di Liberazione nelle file dei Gap (Gruppi di azione patriottica) e durante un conflitto a fuoco con i fascisti sulla Via Emilia, nei pressi di Reggio Emilia, il primo gennaio 1945 rimase gravemente ferito, tanto da restare paralizzato per un anno e in seguito claudicante. Nel biennio 1949-1951 ricoprì la carica di segretario della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, all'epoca presieduta da Enrico Berlinguer. Nel 1955 accompagò Alcide Cervi (padre dei sette fratelli fucilati dai nazisti a Reggio Emilia) nel lungo viaggio attraverso la Russia, ricevuti da diverse personalità.

Eletto deputato del Pci, nell'aprile del 1960 prese parte alle proteste e agli scontri di piazza contro il governo Tambroni. Negli anni Ottanta fondò il Comitato Primo Tricolore e fu protagonista con Bettino Craxi della diatriba che divise Milano e Reggio Emilia sulle origini della bandiera italiana (secondo Montanari e altri nata a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, come poi in effetti è stato decretato. E' stato sempre una figura di forte tenacia nel difendere le proprie convinzioni, basti ricordare che nel 2017, in occasione delle celebrazioni del 25 Aprile, si posizionò con la sua seggiolina nella piazza con il monumento ai Caduti, ma in un punto isolato. Quella ferita andava oltre le conseguenze fisiche del conflitto a fuoco del 1945. E lo spiegò a Repubblica: "Non ho scritto nulla che non fosse noto. Ho solo messo assieme i pezzi...". 



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