"Lanciavamo in aria i nostri figli per passare il confine". Il racconto di due profughe ucraine

"Lanciavamo in aria i nostri figli per passare il confine". Il racconto di due profughe ucraine

Irina e Susana, mogli di due soldati tra loro fratelli, raccontano all'AGI come sono arrivate in Polonia e poi a Brescia, assieme ai bambini. E si fanno portavoce dell'appello dei militari 

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AGI  - “Per far passare i bambini ce li lanciavamo per qualche metro da una parte all’altra della coda in modo da evitare che venissero schiacciati”. Irina e Susana raccontano all’AGI uno dei momenti più difficili nella traversata da Leopoli, città ucraina vicina alla Polonia, verso Dello, il piccolo Comune in provincia di Brescia che le ha accolte. Nel loro Paese hanno lasciato i mariti, che sono tra loro fratelli, e che stanno combattendo contro l’esercito russo.

"Ho urlato quando il mio bambino è rimasto dall'altra parte"

Per adesso  Susana coi figli di 12 e 2 anni, e Irina, con una bambina di 7, sono ospiti nella villetta di una connazionale, anche lei di nome Irina, il cui marito le è andate a prendere in Polonia assieme al figlio Victor, amico d’infanzia di Susana.  Il sindaco Paolo Vielmetti  ha promesso che gli metterà a disposizione una casa.

Irina spiega che a un certo punto “ho lanciato mio figlio oltre una specie di cancello che poi hanno chiuso. Ho iniziato a urlare perché il bambino era rimasto dall’altra parte, per fortuna poi mi hanno aperto”. “Il mio viaggio è stato più leggero - dice confrontandolo a quello della cognata - perché era il primo giorno di guerra. Abbiamo parcheggiato l’auto e fatto 21 km a piedi per arrivare in dogana  dove sono rimasta in tutto 19 ore. C’erano dieci chilometri di coda e si procedeva molto lentamente. Faceva molto freddo, non c’era cibo e non c’erano bagni. Ci mettevamo in cerchio per permettere ai bambini di fare i loro bisogni. In coda la gente era molto nervosa, alcuni litigavano e si picchiavano. In molti lasciavano vestiti e bagagli per strada per andare avanti con meno pesi. Quando siamo entrati in Polonia è cambiato tutto. Ci hanno dato caffè e bevande calde, c’era chi chi dava passaggi con le auto. Il popolo polacco è stato molto generoso”.

“Il momento peggiore? Quando ci siamo rese conto di essere fuori dal Paese senza i nostri uomini”, risponde Susana. 

La telefonata del marito soldato e il suo appello

“I nostri mariti ci hanno detto subito di partire coi bambini perché il primo pensiero è stato quello di metterli in salvo, loro sono rimasti a combattere per il nostro Paese. Li sentiamo spesso, dicono di non preoccuparci ma non non sappiamo cosa succede davvero. E la notte è il momento peggiore perché sappiamo che è l’ora delle bombe”.

Durante la conversazione, Irina viene raggiunta al telefono dal marito che le chiede di poter fare un appello all’Italia, attraverso i giornalisti: “Chiediamo che la Nato subentri non solo con aiuti economici perché i soldi per ora sono abbastanza - sono le parole affidate alla moglie dal soldato di 28 anni -. Abbiamo più bisogno di armi, caschi e munizioni, siamo forti ma abbiamo bisosgno di aiuto”.

Nella casa di Irina, dipendente pubblica in Italia da 22 anni, ci sono anche i suoi anziani genitori, che erano arrivati poco prima dello scoppio della guerra per farsi la terza dose del vaccino, in quanto residenti a Dello, ache se vivono a Leopoli.

La madre indica i sacchi pieni di cibo e vestiti dono della comunità locale: “Grazie Italia, grazie al sindaco che è un grande uomo italiano. Putin è un pazzo che va fermato, è il fratello maggiore che vuole uccidere quello più piccolo”.

La televisione nel salotto della casa, rallegrata dai bimbi che giocano, è sempre sintonizzata sulla tv ucraina. Nessuno sembra credere alla possibilità di un accordo per la pace ma la giovane Irina per due volte ripete: “Sì ,ma noi vogliamo tornare presto a casa”. Dove il 'sì, ma' significa 'grazie per l'accoglienza ma il nostro cuore è altrove.