La pubblica amministrazione è pronta per il Recovery plan?

La pubblica amministrazione è pronta per il Recovery plan?

Carlomagno, segretario generale FLP: “ Assunzioni, digitalizzazione e valorizzazione delle competenze per arrivare pronti alla sfida”

pubblica amministrazione pronta per Recovery plan

Marco Carlomagno (a destra) con Antonio Naddeo, presidente di Aran

AGI - Alla vigilia dell’attuazione del Pnrr è sempre più centrale il dibattito su come mettere realmente in cantiere i progetti che compongono il piano. Ne abbiamo parlato con Marco Carlomagno, segretario generale di FLP, la Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche, che ha organizzato un evento digital per fare una ricognizione su sfide e prospettive della Pubblica Amministrazione, e che ha visto anche gli interventi del Ministro Renato Brunetta e del presidente dell’INPS, Pasquale Tridico.

In che senso la PA è strategica nell'attuazione del PNRR?

La Pubblica Amministrazione, in un paese democratico, è garanzia di rispetto delle regole, di convivenza democratica, di sicurezza, di istruzione, formazione e ricerca scientifica, di fruizione e conservazione di beni storici e culturali, di servizi sociali e sanitari accessibili a tutti. È un fattore di creazione di valore, che permette alle aziende di dispiegare le loro potenzialità. Le riforme imposte dal Recovery plan necessitano di una PA che funzioni sempre meglio, che sia capace di progettare le azioni e di riuscire a realizzarle accompagnando il Paese verso una stagione di rilancio economico indispensabile dopo le tragedie della pandemia.

Quali sono gli interventi necessari per trovarci alla resa dei conti con una PA efficiente?

La digitalizzazione è indubbiamente il fattore di modernizzazione delle nostre Amministrazioni. Ma gli interventi non possono limitarsi alle dotazioni tecnologiche. Le risorse del recovery fund devono essere l’occasione per un concreto rilancio delle nostre Amministrazioni, per decenni governate solo dalla logica dei sacrifici e della riduzione dei costi. Questo ha portato a situazioni ingestibili in termini di organici e di ricambio generazionale, di riconoscimento delle professionalità e delle carriere, di digitalizzazione dei processi e di formazione degli addetti.

C'era bisogno di assunzioni, uno dei primi atti del ministro Brunetta è stato un bando per 2.800 posti. Una buona notizia?

Come FLP chiediamo da tempo un’inversione di rotta nelle politiche di reclutamento. Serve una straordinaria stagione di assunzioni per rafforzare gli organici ormai al collasso, permettere il ricambio generazionale, e accrescere le competenze, risolvendo una volta per tutte l’annosa questione del precariato, armonizzando la normativa italiana con quella europea (come impone la sentenza della Corte di Giustizia Europea del novembre 2014).

Qual è quindi la vostra valutazione?

Manca personale per almeno 500.000 unità e l’età media dei lavoratori pubblici è di 56 anni, una situazione drammatica. Le prime iniziative del Ministro Brunetta vanno nella giusta direzione dal punto di vista delle velocizzazione delle procedure e del superamento di mega-concorsi generici, indirizzandosi verso la ricerca di specifiche e mirate professionalità. Non concordiamo con la previsione di contratti a tempo determinato e pensiamo che le nuove assunzioni debbano andare di pari passo con una riscrittura degli ordinamenti professionali e degli inquadramenti.

Si è parlato di “ attrazione di talenti”…

Non è pensabile attrarre talenti con stipendi di poco superiore a mille euro al mese e con percorsi di carriera negati. Per questo proponiamo di prevedere un doppio canale di assunzioni: uno per i giovani che al termine del loro percorso formativo devono potersi inserire nel mondo del lavoro assumendo posizioni iniziali; e un secondo per coloro con esperienze lavorative qualificate, di cui la PA necessita per attuare processi di innovazione e modernizzazione, da assumere in posizioni avanzate.

Il tema delle competenze nella PA è diventato un adagio, spesso il centro non conosce le potenzialità dei suoi lavoratori, esiste un modo per valorizzarle veramente?

Vanno innanzitutto create banche dati delle competenze perché le Amministrazioni non conoscono e non mappano le competenze del personale. Inoltre, è necessario cambiare radicalmente l’approccio sulla formazione, oggi vissuta come un mero adempimento e non come fattore di accrescimento professionale, implementando l’offerta attraverso partnership con l’Università e gli enti della ricerca.

Sul lato della semplificazione quali sono le priorità?

Definizione chiara dei livelli di governo (statali, regionali, comunali, ecc.) che creano incertezza del diritto e della normativa applicabile, semplificazione delle procedure e riduzione degli adempimenti burocratici da parte di cittadini e imprese, attuazione del principio once only (no a richiesta continua documenti già in possesso delle Amministrazioni), interoperabilità delle banche dati e digitalizzazione dei processi con l’implementazione degli accessi da remoto e tramite app.

Parliamo di smart working

Il lavoro agile adottato in questa fase di emergenza è stato di fatto un lavoro da remoto, svolto in gran parte con le dotazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, e con modelli organizzativi che nulla hanno a che vedere con le forme di lavoro agile come dovrebbero essere intese a regime. Ma numerose sono state le esperienze positive, non solo nella capacità di erogare servizi e prestazioni, ma anche a limitare l’estendersi della pandemia e a produrre notevoli vantaggi nella conciliazione vita-lavoro. La resistenza più forte verso questo processo è venuta dai settori più arretrati tecnologicamente.

Cosa serve per implementare lo smart working nelle pubblica amministrazione? 

Serve una vera rivoluzione digitale che passi attraverso interventi infrastrutturali quali quelli della banda larga su tutto il territorio nazionale, le dotazioni informatiche delle Amministrazioni in termini di numero e di qualità, la digitalizzazione dei processi in gran parte ancora cartacei, la creazione e l’interoperabilità delle banche dati. 

Ma come diceva prima non tutto passa dalla tecnologia…

Sì, è vero. A questo si deve accompagnare un processo di modifica organizzativa che adegui gli assetti alle nuove tecnologie e alle nuove forme di lavoro. Bisogna accorciare i livelli di responsabilità, diminuire l’eccessiva gerarchizzazione delle strutture. Bisogna privilegiare un’organizzazione più orizzontale e meno verticale, in cui aumentino i livelli di responsabilità, il lavoro per team. In cui si premino le innovazioni, le proposte, si valorizzino i tanti talenti presenti. Vanno ridisegnati i fabbisogni delle Amministrazioni e riscritti gli ordinamenti professionali per adeguarli alle sfide del cambiamento.

In sintesi, quindi, la valutazione è positiva?

Sì, è un’esperienza da non disperdere, ma è necessario regolamentare alcuni istituti come l’orario di lavoro, la fascia di contattabilità e il relativo diritto alla disconnessione. La previsione che la prestazione resa in modalità agile non varia lo status giuridico del lavoratore. Le strumentazioni informatiche andranno rese dalle Amministrazioni come le licenze d’uso, i programmi e le applicazioni software necessari all’attività da svolgersi da remoto. Dovranno essere garantiti, con l’adozione delle necessarie misure di sicurezza, l’accesso alle banche dati, nonché il ricorso a strumenti come i sistemi di videoconferenza e call conference per la partecipazione da remoto a riunioni e incontri di lavoro