Come riaprire asili, scuole e università nella fase 2
fase 2 coronavirus scuola universita asili

Come riaprire asili, scuole e università nella fase 2

Tra i banchi di scuola si tornerà a settembre. In attesa che vengano rese note le modalità per una ripresa in sicurezza, abbiamo chiesto a tre interlocutori di spiegarci come cambieranno le aule e le attività didattiche, dagli asili nidi all’università: dall’esigenza di sanificare i giocattoli per i bambini di tre anni alle possibilità offerte dalla didattica a distanza, come nel caso della Luiss. A cura di Marco Gritti

Nicola Marfisi / Agf
Nicola Marfisi / Agf

Numeri ridotti di alunni in ciascuna classe, alternanza di didattica in presenza e a distanza, potenziamento della teledidattica . Sono alcune delle principali misure contenute nel Rapporto "Scuole aperte, società protetta", redatto dal gruppo di lavoro, coordinato dal Politecnico di Torino. Un totale di circa 60 pagine per definire le possibili modalità per una ripresa della scuola in sicurezza, a partire dalla definizione di un protocollo nazionale, "analogo a quelli redatti per la ripartenza delle attività produttive". 

Partendo dal presupposto che "la scuola ed i servizi educativi per la prima infanzia sono altrettanto cruciali delle attività produttive per la ripresa del Paese", il rettore dell'ateneo torinese Guido Saracco evidenzia come "il sistema educativo risponde a problemi di conciliazione famiglia-lavoro per i genitori, ma soprattutto ai diritti costituzionali dei bambini e dei ragazzi a ricevere un'istruzione e ad avere accesso alle risorse per il pieno sviluppo delle proprie capacità. Esigenze e diritti - sottolinea - che sono stati, forse inevitabilmente, compressi in queste settimane con conseguenze negative che hanno allargato le disuguaglianze sociali tra bambini".

"La scuola italiana - si ricorda nel rapporto del Politecnico di Torino - coinvolge oltre 8 milioni di studenti e 1,2 milioni di operatori . A questi numeri devono essere aggiunti quelli relativi alle scuole paritarie (circa 950 mila studenti e 200 mila docenti). Il personale della scuola deve essere messo in condizione di agire entro un chiaro  quadro di riferimento che definisca processi per la gestione della sicurezza e della salute negli ambienti di lavoro". Da qui la necessità della stipula di un Protocollo nazionale che "dovrà trovare declinazione specifica ed operatività nelle singole diverse realtà scolastiche attraverso la stipula di 'Protocolli di sicurezza anti-contagio'".

In particolare, in termini di costi, per l'ateneo torinese, sono da prevedere : "costi a carico delle scuole e dei soggetti ed associazioni del territorio per tutti i dispositivi di prevenzione (dai plexiglas alle mascherine) e per la sanificazione; costi a carico degli enti locali per la predisposizione dei locali, delle strutture e degli arredi e per la ristrutturazione di spazi esterni; costi di gestione ed impatto logistico della gestione del personale: prevedere gruppi di 10-15 bambini significa il raddoppio degli insegnanti".

Per quanto riguarda la necessità di ridurre la numerosità delle classi, a partire dai nidi fino alle scuole superiori, si specifica, nel rapporto del Politecnico di Torino, la necessità di prevedere turnazioni degli studenti, garantendo comunque a tutti la possibilità di vivere "l'esperienza della scuola in presenza". La didattica online, si dice ancora, sarà importante sia nella fase 2 che nella fase 3 e dovrà essere garantita per tutti grazie ad investimenti in pc e tablet. Nel Rapporto si propone anche di potenziare la figura dell'"animatore digitale", che può supportare tecnicamente docenti e famiglie sull'uso di piattaforme e device.

E saranno cinque, tra asili nido e scuole materne, le strutture torinesi in cui sarà avviata la sperimentazione e l'analisi di tutte le procedure organizzative (relative ai turni, all'uso degli spazi, ai flussi di entrata e uscita). Si tratta dei "beta test" messi a punto dal Politecnico di Torino, con la collaborazione dell'assessorato all'istruzione del Comune, finalizzati alla prova delle misure da adottare per il contenimento del rischio di contagio nella fase di ripresa delle attività scolastiche.

"Il nostro contributo al lavoro svolto dal Politecnico - spiega l'assessore all'istruzione Antonietta Di Martino - si è concentrata sulla fascia d'età 0-6. Più i bambini sono piccoli più occorre fare valutazioni specifiche nelle singole strutture, tenendo conto che le necessità di accudimento richiedono un rapporto personale diretto e risulta, quindi, impossibile attuare misure di distanziamento interpersonale".

 

ROBIN UTRECHT/SIPA / AGF 
ROBIN UTRECHT/SIPA / AGF 

Distanziamento a tavola e al momento della nanna sì, mascherine per i bimbi no. Anche gli asili nido e le scuole dell’infanzia, ovvero la fascia d’età che va dagli zero ai sei anni, si preparano alla famigerata fase due, quella nella quale occorrerà convivere con il coronavirus.

“Non abbiamo alcuna fretta di riaprire senza che vi siano garanzie per i bambini e sicurezza sanitaria per chi lavora”, spiega all’AGI Cinzia D’alessandro, presidente del Comitato Educhiamo, il gruppo di professionisti della educatori nato lo scorso marzo, all’indomani del lockdown, su iniziativa di un piccolo gruppo di gestori di strutture private lombarde. A lei, che nel 1996 a Milano ha fondato La Locomotiva di Momo di cui è responsabile pedagogica, abbiamo chiesto quali sono le proposte avanzate per la riapertura di asili e scuole per i più piccoli.

“Impossibile azzerare il contatto interpersonale”

Da un lato ci sono le misure ritenute utili a limitare il rischio di contagio tra gli operatori che lavorano nelle scuole: indossare i dispositivi di protezione come le mascherine, innanzitutto, e fare tamponi e test sierologici ai dipendenti. Dall’altra i bambini: “Nella fascia d’età 0-6 anni è difficile immaginare di non avere vicinanza tra i bambini - ammette D’Alessandro - e sarebbe comunque contrario alla loro natura e al motivo per cui esistono asili e scuole dell’infanzia”. Alcune misure per limitare i rischi di contagio all’interno dei locali, però, si possono prendere: innanzitutto “misurare la temperatura dei bambini al momento del loro ingresso al nido e durante la giornata”, e poi “eliminare dalle attività i materiali e i giochi che maggiormente vengono toccati, scambiati e portati alla bocca, oggetti che comunque andrebbero lavati due volte al giorno con prodotti sanificanti”. 

Attenzione poi al momento del pranzo, “durante il quale può accadere che si scambino le posate e il cibo”, per cui l’idea è quella di aumentare distanza dei posti a tavola”. Stessa cosa per le ore in cui dormono, disponendo i lettini ad almeno un metro l’uno dall’altro, anche perché “proprio mentre ci si riposa le difese immunitarie si abbassano”, spiega la presidente di Educhiamo. 

“I bambini sono un veicolo oppure no?”

Prima ancora di ragionare su come riaprire, aggiunge D’Alessandro, occorre che la scienza chiarisca se, e in che modo, il Sars-Cov-2 coinvolga i bambini. “Non si è ancora capito se i bambini si contagiano oppure no - sostiene la pedagogista - e se possano essere un veicolo di trasmissione. Al momento non ci sono evidenze in questo senso, per cui speriamo venga fatta chiarezza”.

Al momento i casi noti di contagio tra i bambini sono pochi, ma è difficile sapere se siano pochi in valore assoluto oppure se sia semplicemente il riflesso di un numero molto basso di test effettuati tra le fasce più giovani della popolazione. Insomma, per avere un quadro del fenomeno occorreranno dati certi, che richiedono tempo. 

“Dobbiamo evitare il contagio tra adulti e bambini, perciò ipotizziamo che i genitori non entrino nelle classi dei figli, ma che si fermino all’entrata delle strutture - prosegue Cinzia d’Alessandro - Che ad accompagnare i figli sia un solo genitore, che si faccia una fila come succede ora quando si fa la spesa e che la stessa cosa avvenga all’uscita”. Insomma, una serie di accorgimenti per evitare per quanto possibile che il virus abbia facilità nel diffondersi.

“Tornare alla normalità per evitare danni allo sviluppo”

Riaprire asili e scuole dell’infanzia, che in Italia sono circa novemila, non è soltanto una necessità per salvaguardare realtà e posti di lavoro: “Non è pensabile che i bambini non abbiano la possibilità di tornare a vivere una forma di normalità - sostiene D’Alessandro - Sarebbe una privazione dei loro diritti e avrebbe conseguenze dannose per il loro sviluppo, per le quali sono preoccupata io e lo sono anche i genitori”. In queste settimane di lockdown, aggiunge la presidente di Educhiamo, si è cercato di ovviare alla chiusura di asili e scuole ricorrendo alla tecnologia, proponendo alcune attività via tablet. Anche questa strada, però, è stata presto abbandonata: “I bambini, che nelle scuole imparano la socialità e ad avere fiducia in altre persone, hanno dimostrato di non amare l’esposizione al video, al punto che durante le videochiamate molti di loro piangevano”. 

La soluzione, conclude, è una soltanto: il ritorno a una forma di normalità, seppur diversa da quella a cui siamo abituati: “Uno schermo rischia di peggiorare la situazione anziché portare beneficio, per questo chiediamo che almeno nei mesi caldi si possano sfruttare gli spazi all’aperto che alcune strutture hanno - dice D’Alessandro - Per quelli che ne sono sprovvisti, chiediamo ai Comuni di impegnarsi a riattrezzare i parchi urbani allestendo tensostrutture per consentire la vita all’aria aperta dei bimbi dell’asilo”.

 

ROBIN UTRECHT/SIPA / AGF
ROBIN UTRECHT/SIPA / AGF

A scuola, con ogni probabilità, non si tornerà prima del prossimo settembre, in tempo cioè soltanto per iniziare il nuovo anno. Nei prossimi quattro mesi, insomma, occorrerà lavorare e mettere a punto il modo per assicurare la sicurezza tra i banchi dei circa 8,5 milioni di studenti italiani. Se il mondo della scuola pubblica è in attesa di indicazioni che arriveranno anche dalla task force istituita dalla ministra Lucia Azzolina, le scuole paritarie guardano al futuro con ottimismo: “Per noi non vedo grandi difficoltà, abbiamo spazi in abbondanza”, spiega il presidente dell’Associazione gestori istituti dipendenti dall’autorità ecclesiastica (Agidae), Francesco Ciccimarra.

“Spazi? Nessun problema, un tempo avevamo il triplo degli iscritti”

Gli studenti che frequentano le 12.500 scuole paritarie diffuse sul territorio del nostro paese sono circa 866 mila. “Non si potrà offrire una risposta unica a tutte le situazioni - aggiunge Ciccimarra - Ogni scuola deve ragionare su come organizzare la didattica, facendo in modo che tutti i ragazzi siano a scuola. Per il primo giorno di scuola, in ogni caso, ci adegueremo sicuramente alle disposizioni del governo”. 

Le mascherine saranno obbligatorie? Servirà tenere la distanza di un metro tra un ragazzo e l’altro? Difficile immaginare oggi le decisioni che verranno prese, ma in ogni caso le scuole paritarie si dicono pronte: “Se serviranno le mascherine le metteremo”, prosegue Ciccimarra. Per quanto riguarda gli spazi, “alcuni dei nostri istituti hanno ambienti talmente grandi da poter ospitare il triplo dei ragazzi che effettivamente frequentano la scuola. Sono poche quelle che non hanno esuberanza di ambienti, per questo motivo non vedo alcun problema di spazi per quanto riguarda il rispetto di eventuali distanze di sicurezza”. 

A Roma, prosegue il presidente di Agidae, fino a trent’anni fa molte scuole contavano 2.500 o tremila alunni, mentre “oggi ne hanno ottocento o mille”. Sfruttando le cappelle e i teatri interni agli edifici scolastici paritari, assicura Ciccimarra, si troverà una soluzione. 

Questione maturità: per Ciccimarra il problema non sussiste

L’altra grande questione alla quale il governo, in queste settimane, sta cercando una soluzione, riguarda l’esame di maturità e l’opportunità di farlo in loco. “Secondo me si sta facendo un caso sulla base di nulla, basta disporre gli alunni di una sola classe in più aule, che in quelle settimane sono vuote”, sostiene Ciccimarra. “La scuola ha tutti i docenti a disposizione, e le commissioni d’esame sono composte da sei o sette professori”, per cui non ci sarebbero neppure problemi nell’assicurare la vigilanza dei ragazzi. 

Secondo il presidente delle scuole paritarie, maggiori difficoltà organizzative sorgerebbero soltanto se, al momento di sostenere l’esame, fosse ancora in vigore il lockdown. “Ma tra il 4 maggio e il momento della maturità passano due mesi, settimane intere in cui i ragazzi, compresi i maturandi, potranno uscire di casa”. Per questo motivo, “se potranno andare in libreria potranno anche andare a scuola”. 

L’insegnamento a distanza? “Fatta a scuola è meglio per tutti”

Da qua a fine anno, invece, si proseguirà come avviene oramai da un paio di mesi, ovvero sfruttando la tecnologia e l’insegnamento a distanza. “Va bene fare la didattica parzialmente a casa, ma a scuola bisogna tornare”, dice. Anche perché, dicono dall’Agidae, se non si assicura che gli studenti e i genitori abbiano nelle stesse ore i proprio impegni fuori casa - gli uni a scuola, gli altri al lavoro - l’economia rischia di non partire: lasciare a casa un bambino da solo non è possibile, e non sempre ci si può affidare a nonni o baby-sitter. Di conseguenza, “non c’è bisogno di ridurre gli orari anzi: a scuola i ragazzi stanno meglio che a casa, più tempo stanno e più sono contenti”.

Luiss
Luiss

L’insegnamento a distanza non finirà e non si chiuderà del tutto nemmeno la pagina degli esami online. Lo racconta all’AGI il Direttore Generale della Luiss Guido Carli di Roma, Giovanni Lo Storto, in un’intervista telefonica nel quale traccia il futuro dell’insegnamento nell’università privata della capitale dove studiano circa 9.500 persone. “Più che per la fase 2 dell’emergenza ci stiamo organizzando per fase N, dove N sta per nuova”, spiega Lo Storto. Una fase nella quale si tornerà nelle aule assicurando la distanza interpersonale per evitare il contagio, ma facendo anche tesoro di quanto sperimentato nei mesi di lockdown forzato, ovvero l’e-learning. 

Dal punto di vista logistico come si organizzerà la Luiss?

Per settembre stiamo impostando un sistema di formazione dei nostri studenti che terrà conto della possibilità di svolgerne una parte in distance learning, con l’obiettivo di valorizzare quella in presenza. Questi strumenti saranno combinati insieme per non perdere nemmeno un momento dell’insegnamento. 

Quindi alcune lezioni che fino all’anno scorso si facevano in presenza si terranno online?

Non esattamente. Se fosse così, sarebbe come “spostare” la lezione online, come abbiamo fatto durante l’emergenza. Stiamo lavorando a un processo di innovazione della didattica che non sia soltanto il trasferimento virtuale di una parte normalmente in presenza. Il nostro obiettivo è quello di puntare alla massima valorizzazione del lavoro in aula e alla digitalizzazione di quello che può essere svolto a distanza.

Ci sono problemi di gestione degli spazi?

C’è un tema di gestione degli spazi evidentemente che deve coniugarsi con le esigenze di sicurezza dei nostri studenti. Stiamo ripensando il nostro modello per trasformare la criticità in una opportunità. 

Ci sono gli spazi per portare le persone dentro l’università e assicurare la sicurezza?

Questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Come le dicevo c’è la possibilità di ripensare il modello della didattica, utilizzando al meglio le nostre strutture. Le aule accoglieranno percorsi di apprendimento che uniranno digitale e presenza fisica. La questione non sarà più trovare il posto dove accogliere un certo numero di studenti, ma quale sarà il modello di formazione offerto.  

Quindi si va verso una didattica con aule ridotte, e gli studenti di una stessa classe divisi su più momenti diversi?

Ci sono team di lavoro interni alla nostra università che stanno approfondendo le modalità con cui agiremo, superando il concetto dello “spezzettamento” di una classe in tre. Non si tratta di dividere, ad esempio, un’aula da 150 persone in tre da 50: trasformeremo l’esigenza di tenere a distanza di sicurezza gli studenti nella opportunità di un nuovo approccio alla didattica. Questa è la nostra sfida.  

Le modalità di esame cambieranno? 

In risposta alla crisi sanitaria, che ci ha costretti alla chiusura, abbiamo avuto una reazione molto pronta e precisa che ha consentito a tutti gli studenti di non perdere nemmeno un momento nella didattica. E la stessa cosa l’abbiamo fatta per gli esami. Tutti i nostri esami, infatti, si sono svolti come da programma: parliamo di 550 prove intermedie e di 745 esami di laurea, con oltre 17.000 ore di lezione erogate. Ma vogliamo fare un passo in più. Per questo stiamo ridisegnando anche il momento dell’esame per far sì che sia a tutti gli effetti un confronto pieno di valore tra docente e studente. Ed è evidente che la positiva esperienza accumulata in questi mesi rimarrà anche dopo la fine dell’emergenza. 

Quali feedback avete ricevuto dagli studenti sui due mesi di didattica online?

Il feedback degli studenti è stato di grande entusiasmo. In alcune situazioni hanno colto opportunità nuove, come ad esempio le lezioni di lingua ed i laboratori che, con questi strumenti, sono risultati ancor più efficaci. Anche da parte dei docenti abbiamo avuto una reazione molto positiva: ci hanno spiegato che c’è un'interazione maggiore con i ragazzi. È come se, grazie alla digitalizzazione, anche lo studente più introverso abbia trovato un’opportunità in più nell'apprendimento.