La partita di calcetto che diede il via all'inchiesta

L'avvocato Giuseppe Lucibello racconta della collaborazione tra Di Pietro e il carabiniere che arrestò Mario Chiesa, nata davanti a un pallone

La partita di calcetto che diede il via all'inchiesta
Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo (agf) 

Dal calcetto alle manette. Si potrebbe riassumere così la collaborazione tra Antonio Di Pietro e il carabiniere che il 17 febbraio 1992 mise le manette all'imprenditore Mario Chiesa. A svelare uno dei retroscena sulla nascita dell'inchiesta che oggi compie 25 anni è Giuseppe Lucibello, avvocato che ha vissuto tutti i tumulti di 'Mani Pulite' - da difensore di inquisiti illustri e poi da indagato-assolto assieme all'amico pm molisano. "Durante una partita di calcetto, presentai un mio amico carabiniere ad Antonio Di Pietro, che giocava in porta". 

La collaborazione nata davanti a un pallone

"Il carabiniere era Roberto Zuliani e da poco aveva smesso di lavorare con un importante pm col quale aveva litigato. I due si piacquero e, qualche mese dopo la collaborazione nata davanti a un pallone, arrivò, il 17 febbraio 1992, l'arresto dell'imprenditore Mario Chiesa". A mettergli le manette, mentre prendeva una tangente da 7 milioni di lire, fu proprio quel giovane capitano dei carabinieri. E' questo l'evento che diede il via alla stagione che travolse la Prima Repubblica e cambiò la storia d'Italia.

Il rapporto 'incestuoso' con Di Pietro

Parte della storiografia di Tangentopoli descrive Lucibello come un poco noto avvocato venuto dal Sud, che, grazie all'amicizia con Di Pietro, ebbe in dote alcuni tra gli indagati più importanti, come il banchiere Francesco Pacini Battaglia, e uno dei primi politici a finire nella rete del pool, il democristiano Maurizio Prada. E con Di Pietro strinse un rapporto 'incestuoso' di scambi di favori. 
"Lo conobbi durante l'inchiesta sulle 'patenti facili'. Ci fu subito simpatia, forse anche per le comuni origini meridionali. Mi piaceva perché usava tecniche d'indagine moderne, sapeva usare il computer. Pranzavamo insieme, come anche adesso mi accade con altri magistrati, che male c'è?". Il nome di Lucibello si lega in modo indissolubile a quello di 'Tonino' da Montenero di Bisaccia tanto che l'avvocato si guadagna il soprannome di 'maestro del patteggiamento' perché i suoi assistiti godrebbero di un trattamento provilegiato da parte di Di Pietro. "Faccio tre nomi di miei clienti: Prada, Pacini Battaglia e il conte Carlo Radice Fossati. Nessuno ha patteggiato. Da Di Pietro nessun favoritismo, anzi".

Lucibello, l'indagato 'politico'

Il 6 dicembre 1996, dopo una lunga perquisizione nel suo studio nell'ambito dell'inchiesta che vide lui, il costruttore Antonio D'Adamo e Di Pietro indagati dalla Procura di Brescia, Lucibello in lacrime dettò alle agenzie: "Sono un indagato politico". Oggi spiega perché si sente di dire che aveva visto giusto: "Una relazione del Copasir dimostra che i servizi segreti lavoravano per conto di alcuni politici". Tira fuori da un cassetto un foglio scritto a penna con uno schema molto articolato che compendia l'esito di tutte le 48 querele vinte per diffamazione (su 49) sui suoi rapporti con Di Pietro. In mezzo, cerchiata, la cifra "ancora provvisoria" che ha tirato su: 2 miliardi di lire.