Imprenditori ammettono il pizzo, colpo alla mafia di Corleone

Arrestati 12 boss, anche il nipote di provenzano

Imprenditori ammettono il pizzo, colpo alla mafia di Corleone
 carabinieri arresto manette

Palermo - Imprenditori denunciano il racket delle estorsioni. Accade anche nella Corleone di Toto' Riina e Bernardo Provenzano, i cui eredi hanno tentato di prolungare analoghe modalita' di dominio sul territorio. In otto hanno ammesso di avere pagato, di avere subito le minacce estorsive dei capi ed emissari di Cosa nostra corleonese. E' uno degli elementi decisivi dell'operazione "Grande passo 4", nel corso della quale i carabinieri hanno arrestato 12 persone, tra cui il nipote di Provenzano che voleva riorganizzare il clan, Carmelo Gariffo.

 

Anche sulla base delle loro ammissioni e' scattato il blitz che ha ricostruito assetti, rapporti e soprattutto la rete degli affari delle cosche che nelle estorsioni hanno il principale snodo. 

Carmelo Gariffo, in prima fila ai discussi funerali, progettava di riorganizzare il clan, di rilanciarne gli affari e la capacita' di gestione della rete di interessi e rapporti. Conosce i segreti di Cosa nostra, ha gestito la latitanza, la circolazione dei pizzini del capomafia, lo ha assistito nei suoi affari. Da tre anni ormai fuori dal carcere, parlava di pizzo e appalti e della necessita' di rilanciare Cosa nostra a Corleone, "Basta uno, non c'e' bisogno di cento", ha detto intercettato dai carabinieri a proposito della necessita' di individuare "una persona adatta eventualmente a comandare", ma "non facciamo cose affrettate". Tra i suoi collaboratori piu' stretti due forestali, finiti anch'essi in manette. E tra i destinati dell'ordinanza di custodia cautelare anche i boss gia' arrestati Pietro Marasacchia, Vincenzo Pillitteri e Antonino di Marco, quest'ultimo dipendente del Comune di Corleone, sciolto ad agosto scorso. (AGI)