Il precedente che costringe la Guardia Costiera a intervenire anche in acque maltesi

L'11 ottobre del 2013 un barcone con centinaia di migranti a bordo affondò al largo di Lampedusa, lasciando 26 morti e 260 dispersi. La nave 'Libra' era la più vicina ma alla richiesta di soccorso fu risposto con un invito a rivolgersi a Malta

Il precedente che costringe la Guardia Costiera a intervenire anche in acque maltesi

Se la Guardia Costiera italiana svolge operazione di soccorso di migranti anche in acque maltesi, come ha fatto di recente la Diciotti‚Äč, c'è una ragione molto precisa. Gli ufficiali di una nave che riceve una richiesta di aiuto e indirizza il barcone alle autorità di La Valletta, rischiano - qualora queste ultime non intervengano - un processo. Un precedente c'è già e risale all'11 ottobre del 2013, quando, a poca distanza di Lampedusa, un'imbarcazione piena di migranti si rovesciò. I sopravvissuti furono 200, i morti accertati 26 ma i dispersi circa 260. Nei paraggi la nave più vicina era la Libra, della Marina Militare italiana, comandata da Katia Pellegrino, ma ai naufraghi fu chiesto di rivolgersi a Malta, che non intervenne in tempo. 

La Procura di Roma chiese il rinvio a giudizio per rifiuto d'atti d'ufficio e omicidio colposo per Leopoldo Manna, comandante responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, e Luca Licciardi, comandante della sala operativa della squadra navale della Marina. Nel motivare l'imputazione coatta, il gip Giovanni Giorgianni aveva scritto che Licciardi era da considerare responsabile di quanto accaduto per aver imposto il non intervento della Libra, perché Malta nel frattempo aveva assunto il comando delle operazioni di soccorso, e poi di aver preso tempo quando sempre Malta fece sapere di non essere più in grado di intervenire. Manna, invece, secondo la ricostruzione del gip, è colui che alle 13.18 di quel giorno ricevette la telefonata dei migranti, che indirizzò verso le autorità maltesi, e che non emise alcun ordine di intervento dopo l'espressa richiesta della presenza della nave italiana. Fino alle 16.20 l'autorità italiana - aveva spiegato il gip nel suo provvedimento - aveva fatto tutto quello che era in suo potere; successivamente, però, davanti a una situazione di conclamata emergenza l'opera di soccorso è stata tardiva perché si è perso del tempo prezioso (almeno 40 minuti) che avrebbe consentito di evitare la strage in mare. 

La decisione sul rinvio a giudizio slitta ancora

Si allungano però i tempi per la decisione del gup Bernadette Nicotra sulla richiesta di rinvio a giudizio. Il giudice ha aggiornato l'udienza preliminare al prossimo 29 ottobre perché il 10 di quel mese la Cassazione è chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato dall'avvocato Luca Ciaglia, difensore di Manna, secondo il quale Giorgianni, nel disporre l'archiviazione per alcune posizioni e l'imputazione coatta per il suo assistito, non avrebbe potuto contestare un reato 'ex novo' (il rifiuto d'atti d'ufficio) ma avrebbe dovuto restituire gli atti al pm per nuove indagini e ulteriori accertamenti.

Ancora in corso gli accertamenti sulla comandante

Nel frattempo non sono ancora conclusi gli approfondimenti, delegati dalla Procura alla Guardia di Finanza, sul conto di Katia Pellegrino. I magistrati vogliono capire se è vero o no che, come hanno riferito il pilota e il copilota dell'aereo maltese che passò sopra l'imbarcazione dei migranti, la Pellegrino ricevette alcune chiamate di intervento senza mai rispondere. Circostanza che il comandante ha negato con forza. 



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