Di Matteo, c'erano le prove per condannare Mori

Il magistrato che coordinò l'indagine "rifarei tutto quello che ho fatto"

Di Matteo, c'erano le prove per condannare Mori
 pm Nindo di Matteo - afp

Palermo - "Personalmente rifarei tutto quello che ho fatto. Rispetto la sentenza, ma rimango convinto che ci fossero tutti gli elementi di prova per chiedere e ottenere le condanne degli imputati". Lo dice il pm Nino Di Matteo, il magistrato che aveva coordinato l'indagine e rappresentato l'accusa in primo grado, nel processo contro Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per avere impedito la cattura di Bernardo Provenzano, possibile, secondo l'accusa, gia' nel '95. Commentando la decisione della Corte d'appello di Palermo, che oggi ha confermato l'assoluzione decisa dal Tribunale, Di Matteo ricorda che anche il primo collegio che si era occupato della vicenda "non aveva assolto per insussistenza del fatto, ma aveva riconosciuto come esistenti sia alcuni episodi che le anomalie da noi contestati. Tuttavia - conclude Di Matteo - il tribunale non aveva ritenuto sussistente il dolo e per questo aveva scagionato gli imputati. Ora prendo atto che in appello la sentenza e' stata confermata".

Gli addebiti mossi contro Mori e Obinu non si limitavano al mancato intervento del Ros a Mezzojuso (Palermo), dove il 31 ottobre 1995 si sarebbe trovato Provenzano, per un summit di mafia, ma anche il mancato approfondimento delle piste investigative aperte dalle rivelazioni del confidente Luigi Ilardo e dalle osservazioni effettuate dai militari, proprio in occasione della riunione tra boss. Quell'incontro, tenuto in un casolare del paese a una cinquantina di chilometri dal capoluogo dell'Isola, fu solo monitorato dal Ros, i cui operatori si limitarono a scattare foto e a rilevare modelli e targhe delle auto dei partecipanti. Ma nemmeno questi spunti furono poi approfonditi. (AGI)