Due modi (quasi) fantascientifici per aggiustare le buche nelle strade

Due smart car, un batterio goloso e milioni di risparmi, Per non dire del traffico scorrevole 

Due modi (quasi) fantascientifici per aggiustare le buche nelle strade
 Luigi Narici/Agf
 Buche in strada a Roma
 

Si sta per avverare il sogno di ogni sindaco: buche riparate senza che nessuno se ne accorga, risorse che si liberano nel bilancio, tunnel crepati che si aggiustano da soli grazie ad un batterio, il cui unico merito sarebbe quello di produrre nel modo più antico del mondo un composto chimico che risistema il calcestruzzo. Spese quasi a zero, niente maestranze, tanto tempo e tanti soldi in più da utilizzare a scopo soluzione problemi sociali e/o creazione consenso.

Un sogno? Calma, prima di liquidarlo come tale, perché i migliori scienziati di Gran Bretagna sono già all’opera, e si sono consorziati per regalare un sorriso sereno a quegli amministratori che di recente hanno dovuto subire l’ironia di un titolo del New York Times: “Tutte le strade portano a Roma, e lì ti si bucano le gomme”.

Protagonisti dell’iniziativa, che si sviluppa grazie ai fondi messi a disposizione dall’Engineering and Physical Sciences Research Council del Regno Unito, accademici e ricercatori degli atenei di Leeds, Southampton, Birmingham e dell’University College di Londra.

Come ogni ricerca scientifica, anche questa arte da un quesito, apparentemente insolubile: come avere strade lisce come un biliardo, risparmiando ogni anno milioni e milioni di euro, senza aprire un cantiere, creare un intoppo, aiutare gli automobilisti ad arrivare in tempo al lavoro e, in tutto questo, aumentare la sicurezza dei piloni di cemento che reggono le nostre tangenziali sopraelevate? Facile, è la risposta. Basta avere senso dell’organizzazione e saper usare le nuove risorse della scienza e della tecnica.

Così scrive sul Financial Times l’esperto del settore Mark Miodownik. Che invita a “immaginare un futuro in cui un veicolo senza guidatore tiene costantemente dotto controllo le strade e le infrastrutture della città, identificando le buche mentre ancora si vanno formando” e sono più o meno al livello di una crepa, o poco più. A questo punto i dati sulla buca in divenire sarebbero passati ad un secondo veicolo, che opera solo di notte, quando il traffico si dirada e le strade sono vuote.

Sulla base delle informazioni in suo possesso, questo secondo mezzo si ferma in corrispondenza della crepa, accende le quattro frecce e fa entrare in azione l’immancabile stampante in tre dimensioni. Sulla buca che non si formerà mai scende una colata di catrame di peso e dimensioni calcolate al millimetro. Operazione compiuta: la smart car riparte, via per un’altra missione.

Bando agli scetticismi, secondo gli scienziati britannici lo stesso principio si può applicare ai droni, per gli interventi più complicati e per riparare i tetti degli edifici pubblici senza bisogno di pontili e tubi innocenti, di bracci di gru sospesi nel cielo e di operai costretti a mansioni ad alto rischio. Quanto poi alle strutture in calcestruzzo, esiste un metodo ancora più ingegnoso, silenzioso e risparmioso. È stato escogitato osservando la Natura, nel caso specifico il modo in cui il sistema cardiovascolare riesce a riparare se stesso e le sue falle.

Esiste infatti un batterio, chiamato bacillus pasteurii, che ha la capacità di resistere ad ambienti ad altissimo tasso di alcalinità, come per l’appunto il calcestruzzo. Non muore: resta dormiente per decenni e decenni. Ora, il bacillus pasteurii ha anche un’altra capacità: se esposto all’aria aperta si risveglia e cerca il cibo. Pare sia molto interessato agli amidi. Soddisfatto l’appetito, si libera delle scorie che, a questo punto, sono formate da umile ma preziosissima calcite, una sostanza costituente del cemento. Ora, è il ragionamento, basta mescolare in giusta quantità al cemento armato i bacilli e l’amido che potrebbe nutrirli, magari sotto forma di microcapsule. Se, con il passare del tempo, si dovessero aprire delle crepe nella struttura – sia essa un tunnel, lo strato di una strada su cui si stende il catrame, un pilone o anche un collettore – scatterebbe un circolo virtuoso e assolutamente naturale per cui la calcite, alla fine, andrebbe a tappare i vuoti lasciati nel cemento dall’usura del tempo.

Le riparazioni, concludono gli scienziati, avrebbero il 90 percento della resistenza del materiale originale. E le strade per Roma sarebbero di nuovo libere, sgombre, resistenti all’usura dei secoli: esattamente come erano le vie consolari, molti secoli fa.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it