Tutto quello che c'è da sapere sulle elezioni americane di metà mandato

Si tratta della più importante tornata elettorale americana dopo quella con cui si elegge il Presidente. Quest’anno le mid-term di martedì 6 novembre avranno un significato particolare

elezioni mid term

Martedì 6 novembre è il giorno delle elezioni di mid-term (metà mandato) negli Stati Uniti. Si tratta della più importante tornata elettorale americana dopo quella con cui si elegge il Presidente. Quest’anno le mid-term avranno un significato particolare. Vediamo perché.

Per cosa si vota?

Con le mid-term si eleggono tutti i 435 membri della Camera (House of Representatives, che viene rinnovata completamente ogni due anni) e un terzo dei membri del Senato (quest’anno 35 su 100). Negli Stati Uniti Camera e Senato hanno poteri simili, anche se non identici. Ma, mentre la Camera rappresenta “il popolo” il Senato invece rappresenta idealmente gli stati: ogni stato elegge 2 senatori, a prescindere dalla sua popolazione. Inoltre con elezioni di mid-term si eleggeranno anche i governatori di 36 su 50.

Perché sono elezioni importanti?

Tutti gli occhi degli osservatori (negli USA come all’estero) sono puntati sugli equilibri di Camera e Senato: per quanto il Presidente degli Stati Uniti abbia molti poteri, infatti, i provvedimenti legislativi devono necessariamente passare per l’approvazione di entrambi i rami del Congresso. Se i Repubblicani – che attualmente detengono la maggioranza in entrambi i rami – dovessero perdere la maggioranza anche solo in una delle due camere, il Presidente diventerebbe quella che in gergo viene definita “anatra zoppa” (lame duck). Una cosa del genere capitò anche a Obama: dopo i suoi primi due anni di mandato, i democratici persero la maggioranza sia alla Camera che al Senato in occasione delle mid-term del 2010.

Come andrà a finire?

Quante sono le possibilità che Trump diventi una “anatra zoppa” come Obama dopo il 2010? Parecchie, secondo le previsioni di FiveThirtyEight. Il sito di analisi fondato e diretto da Nate Silver prevede – sulla base dei sondaggi effettuati fino a questo momento per ciascuna delle competizioni vede – un 85% di probabilità che i Repubblicani mantengano la maggioranza in Senato; ma attribuisce una probabilità ancora più alta(86%) allo scenario che vede i Democratici vincere la maggioranza alla Camera. Il motivo di questo paradosso apparente è che al Senato si rinnovano 35 seggi, e 26 fra loro sono attualmente in mano a Democratici, che si trovano così di fronte una “mappa” molto sfavorevole; la Camera per contro si rinnova invece per intero, e sui 73 collegi definiti come più incerti secondo il Cook Political Report ben 69 sono oggi rappresentati da Repubblicani.

 

 

 


Un modello differente, messo a punto da Optimus, conferma e rafforza ulteriormente le stime di FiveThirtyEight: secondo questo modello i Democratici avrebbero quasi il 95% di probabilità di avere la maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani sono quasi altrettanto certi (91,6%) di mantenere quella al Senato. Entrambe le tendenze, peraltro, si starebbero rafforzando negli ultimi giorni.
 

Cosa dicono i sondaggi?

Delle stime così dettagliate sono possibili grazie alla enorme quantità di sondaggi condotti negli Stati Uniti. Soprattutto le sfide “toss-up” – cioè incerte –non passa giorno senza che una rilevazione demoscopica vada ad aggiornare il quadro, segnalando un aumento (o una diminuzione) del distacco tra i due candidati, o degli indecisi, e così via.

È abbastanza inutile (anche perché troppo dispendioso) fare sondaggi per ciascuna delle oltre 500 competizioni (tra aspiranti deputati, senatori e governatori), anche quelle dall’esito più scontato. Ma è possibile concentrarsi quantomeno sulle sfide più importanti, quelle più incerte – che determineranno il bilancio finale – o che vedono protagonisti degli esponenti di primo piano. È quello che sta facendo il New York Times, che in collaborazione con il Siena College Research Institute sta conducendo una serie di sondaggi su decine e decine di sfide, aggiornando i risultati in tempo reale: al momento in cui scriviamo, le telefonate effettuate dai rilevatori sono oltre 2 milioni e 700 mila.

Le previsioni degli analisti statunitensi, ad ogni modo, non si basano esclusivamente su dei semplici aggregatori di sondaggi. Dietro ogni modello ci sono anche valutazioni qualitative, che prendono in considerazione variabili storiche o socio-demografiche, oltre che – naturalmente – il voto passato. Un esempio molto valido di questo tipo di analisi qualitative, che si affianca alle rilevazioni quantitative (i sondaggi) e le integra per fornire una stima del risultato, è quello costituito dal già citato Cook Political Report, in cui ogni aggiornamento delle stime su una particolare sfida viene inquadrato e rendicontato.

Come voteranno le donne? E gli uomini?

Al netto del bilancio complessivo, quali sono le tendenze che emergeranno da questo voto? Uno di questi è sicuramente il “divide” costituito dal genere e dall’istruzione. Un’analisi pubblicata sul Wall Street Journal ed NBC News mostra come negli anni si vada allargando la differenza nelle preferenze di voto di due classi sociali in particolare: le donne bianche con un elevato livello di istruzione (bachelor’s degree o superiore) e gli uomini, anch’essi bianchi, ma con un livello di istruzione medio-basso (senza bachelor’s degree).

 


Se nel primo gruppo i Democratici (o meglio: la preferenza che ad avere la maggioranza al Congresso siano i Democratici) attualmente prevalgono di 33 punti sui Repubblicani, nel secondo viceversa è il GOP ad essere in vantaggio di ben 42 punti. Negli anni ’90, per dire, i due gruppi non mostravano forti differenze da questo punto di vista, tendendo entrambi a essere lievemente più pro-Repubblicani rispetto alla media.

Quali sono le sfide più interessanti?

Sicuramente la sfida tra Ted Cruz e Beto O’Rourke per il Senato, in Texas. Ma le partite interessanti sono davvero tante. Il Guardian ne ha raccolte alcune: ci trovate anche la Florida, dove è apertissima sia per il Senato (con l’uscente democratico Bob Nelson e il governatore in carica Rick Scott) sia per il governatore (lì il candidato democratico è il sindaco progressista di Tallahassee Andrew Gillum).

Ci sono poi i democratici a cui tocca difendere il proprio seggio o conquistarlo in stati ‘rossi’, cioè vinti da Trump: Heidi Heitkamp in North Dakota, Joe Manchin in West Virginia, Joe Donnelly in Indiana, Phil Bredesen in Tennessee, John Tester in Montana, Claire McCaskill in Missouri.

Troviamo poi i purple states, gli stati in bilico, come Arizona e Nevada nel South-West, che potrebbero determinare la maggioranza al Senato. E una manciata di sfide nei collegi della Camera, dalla California all’Iowa.

A che ora si sapranno i risultati?

Negli stati della East Coast (dove la differenza di orario è di 6 ore rispetto all’Italia) la maggior parte dei seggi chiuderà tra le 19 e le 20, cioè tra l’una e le due di notte. Quando in Italia saranno le 2 di notte chiuderanno anche i seggi in molti stati del Midwest e soprattutto in Texas. Dalle 3 termineranno le votazioni anche in stati come Colorado, Arizona e New Mexico, mentre per aspettare che si finisca di votare in California, sulla costa occidentale, bisognerà aspettare le 5 del mattino, e addirittura le 6 per l’Alaska. A quel punto però i risultati di molte sfide chiave saranno ormai chiari.

Come e dove si possono seguire i risultati?

In Italia ci saranno speciali televisivi di Sky TG24 e Rai News 24, oltre alla maratona di Enrico Mentana su La7. Se capite l’inglese, vi consigliamo di seguire i network televisivi (CNN, FOX News, NBC News, CBS News) e i giornali americani (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Politico.com), oltre naturalmente a siti specializzati (FiveThirtyEight, Upshot, DecisionDesk).

Noi saremo su Twitter con #MaratonaYouTrend, su Facebook con video in diretta e… a Roma, per una serata speciale in compagnia di esperti, giornalisti e studiosi che ci aiuteranno a capire, fra un burger, un nacho e una Coca-Cola, le conseguenze economiche del voto, gli scenari geopolitici, le strategie di comunicazione politica adottate da Democratici e Repubblicani.



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