Io, musulmano, vaticanista per un giorno per parlare con Francesco

In Marocco con il Papa. Un'esperienza indimenticabile. "Prega per me", mi ha detto salutandomi

papa viaggio in marocco

Nell’Islam la pioggia è benedizione. Tanto che le invocazioni pronunciate durante le precipitazioni hanno più probabilità di essere accolte da Allah. In Marocco non piove mai abbastanza. Eppure Papa Francesco è atterrato sabato sulla pista di Rabat sotto un diluvio. Il primo dell’anno, e chissà quando arriverà il secondo. Era uno dei tanti segni di un giorno benedetto. Un momento di incontro - come ha detto Francesco - “tra fratelli credenti”.

E il mio - emozionante - incontro con il Papa è avvenuto a bordo dell’aereo. Con l’Agi ho avuto il privilegio di accompagnarlo – insieme a una settantina di colleghi da tutto il mondo - in questo viaggio apostolico di “Servitore della Speranza”. L’ho fatto da giornalista ma anche da primo testimone di quel ponte di convivenza tanto voluto e ricercato dal Papa.

Nato in Marocco e cresciuto in Italia, sono un musulmano che vive in un Paese di maggioranza cattolica, che lavora a due passi dal Vaticano. Per trenta ore mi è stato affidato l’onere e l’onore di fare “il vaticanista”. E il Papa, appresa la mia storia, si è rivolto a me con la più umile delle espressioni, a lui tanto cara: “Prega per me”. Pregare per qualcun altro è la massima forma di generosità, anche e soprattutto quando l’altro appartiene a una confessione diversa. Non potevo non chiedergli di fare lo stesso per me.  

papa viaggio in marocco
Papa Francesco a Rabat

Quello marocchino è sempre stato un popolo accogliente, una terra di per sé ponte naturale tra l’Africa e l’Europa. E sabato lo ha dimostrato, riservando al grande ospite il calore che merita: ad attenderlo alla scala dell’aereo il Re Mohammed VI in persona, sovrano del Paese e “Comandante dei credenti”. Una presenza voluta per rimarcare il significato storico della visita. L’ultimo Papa a mettere piede sul suolo del Paese fu Woytila nel 1985. Ottocento prima, con le stesse intenzioni di reciproca conoscenza, si incontrarono San Francesco d’Assisi e il Sultano al-Malik al-Kamil. Dimostrazione profetica – ha detto Francesco - che il “coraggio dell’incontro e della mano tesa sono una via di pace e di armonia per l’umanità, là dove l’estremismo e l’odio sono fattori di divisione e di distruzione”.

Il desiderio di tendere la mano non ha bloccato a casa migliaia di marocchini che hanno voluto essere testimoni diretti di questo abbraccio dei valori dell’umanità. Lungo la strada percorsa dal Papa e dal Re i cittadini hanno invocato lunga vita ai due. E, aggiungo, eternità al loro messaggio di speranza. In quella folla era rappresentata la variegata composizione della società marocchina: ricchi e poveri, migranti africani e turisti cristiani. Quel giorno erano tutti solo fratelli e sorelle, seguendo l’esempio offerto dal Pontefice e dal sovrano. 

Sul volo di ritorno Francesco – sempre ottimista – ha ammesso che “vi saranno ancora tante difficoltà perché in ogni religione c’è un gruppo integralista che non vuole andare avanti”. Nel viaggio in Marocco – dopo quello a Dubai – è stata però seminata la speranza che “al momento ha dato dei fiori promettenti che diventeranno poi frutti”.

Sono stati due giorni davvero intensi: il Papa ha voluto vedere quanto è viva la piccola comunità di cristiani presenti nel Paese. Sono 30 mila su una popolazione di 36 milioni. “Il problema non è essere pochi ma essere insignificanti”, ha detto Francesco incontrando il clero nella cattedrale di Rabat. E ha raccomandato – ai cristiani ma vale anche per i musulmani – che “il proselitismo porta a una via cieca. La Chiesa cresce per attrazione, per testimonianza e non attraverso il proselitismo”. 

La miglior testimonianza resta per me la messa cerimoniata dal Papa nel complesso sportivo Principe Moulay Abdellah. Vi hanno preso parte oltre 10 mila fedeli, provenienti da 60 Paesi. Tra loro anche tanti musulmani. Ma il messaggio più importante era quello all’esterno, fuori dall’inquadratura delle telecamere della diretta: centinaia di agenti a protezione della messa cristiana, in uno dei principali Paesi musulmani del mondo.

Mi piace pensare che quella protezione – due settimane dopo la strage nelle moschee in Nuova Zelanda – possa essere dedicata a ogni cristiano che voglia pregare in un Paese di musulmani. E a ogni musulmano che voglia pregare in una terra dove è in minoranza. Perché, citando ancora il Papa, possa “continuare a crescere la cultura della misericordia, in cui nessuno guardi l’altro con indifferenza né giri lo sguardo quando vede la sua sofferenza", mettendo da parte "l'odio e la vendetta che non fanno altro che uccidere l'anima".



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.