Il capo di EY cita una startup italiana come modello di digitalizzazione delle imprese

Il capo di EY cita una startup italiana come modello di digitalizzazione delle imprese

Indovinate un po’. Alla presentazione del Libro Bianco sul digital divide in Italia di EY, l’amministratore delegato Donato Iacovone usa una startup (e la blockchain) per raccontare l’importanza dello sviluppo digitale per le imprese italiane,  Una startup poco mainstream, ma che sta facendo bene:


“Ce n’è una che mi ha particolarmente colpito e che racconta bene il potenziale del digitale. Questi ragazzi hanno creato un portale per vendere i prodotti dei piccoli lanifici biellesi direttamente online, a tutto il mondo, e senza passare da altri distributori. Un esempio che racconta l’enorme potenziale dell’Italia, dove ci sono le industrie, ci sono le competenze, e dal digitale il nostro tessuto produttivo ha solo da guadagnare”. 


 

La startup in questione, mi ha confermato poco dopo Iacovone è Lanieri. La startup dei lanifici biellesi. Nata nel 2013 e con un paio di round di investimento per farla crescere con 5 milioni. Un esempio di innovazione applicata ai distretti industriali tra le migliori finora. Esperienaza, tradizione, maestranze. E digitale. Va detto che Iacovone è membro di Endeavor, che in Italia è arrivata lo scorso anno ed è guidata da Raffaele Mauro. E Endeavor ha inserito proprio Lanieri nel suo programma. Insomma Iacovone Lanieri la conosceva già. Ma citarla come modello per un sistema paese fa comunque il suo effetto. 

Una frase che rimette in sintonia con il mondo digitale se consideriamo che nell’ultimo periodo si è parlato più di cinema che di reale nel mondo delle startup. Quello delle startup è diventato un pezzo di economia. E’ innegabile. E lo hanno anche sottolineato diversi interventi all’Internet Day di Agi della scorsa settimana (primo tra tutti quello memorabile del ministro Calenda). 

Un altro elemento notevole dell’introduzione di Iacovone a mio avviso è un passaggio sugli eventi del digitale in Italia. “Abbiamo capito che servono a poco, oggi non serve parlare più di startup app e blockchain. Ma fare le cose con queste tecnologie e far vedere alla gente come funzionano applicate in esempi concreti”. Un cambio di passo quindi. D’altro canto non è che si fanno dei corsi di programmazione per usare l’iPhone. Si usa, è facile, funziona, ci migliora la vita. A mio avviso una chiave interessante per capire come allargare il consumo critico del digitale in Italia. Dove la cultura (dati Desi alla mano) al netto di un’infrastruttura oramai efficiente, non decolla a causa della scarsa cultura sul digitale. 

@arcangelorociola