Re Roger è sempre lui. Nel bene e nei suoi soliti difetti

La sconfitta a New York contro Juan Martin Del Potro sorprende fino a un certo punto

Re Roger è sempre lui. Nel bene e nei suoi soliti difetti
 Afp
 Roger Federer

Re Roger Federer è caduto, viva il re. Anche se Juan Martin del Potro allunga il tabù Us Open del Magnifico, che dura addirittura dal 2008, questa stagione rimarrà comunque inattesa, straordinaria e indimenticabile, per il fenomeno svizzero. Che, dopo cinque anni, ha rivinto due Slam, ha allungato a otto i trionfi-record a Wimbledon, ha portato addirittura a 19 i successi Majors ritoccando il proprio primato e ha battuto per la prima volta il rivale storico Nadal tre volte su tre, fra Melbourne, Indian Wells e Miami, recuperando sicurezza e motivazioni a livello più alto, peraltro, a 37 anni. Il k.o. nei quarti di New York contro Delpo, il tennista dei miracoli, non può essere considerata una bocciatura ma, in realtà, al di là delle perplessità sulla condizione fisica del Fenomeno - sicuramente titubante per la solita schiena -, è la conferma dei difetti di RogerExpress. Talento tennistico e fisico da consegnare alla storia come il più grande del suo sport, fra i più grandi si sempre dello sport in generale, ma troppo istintivo, troppo legato al momento, troppo anarchico. Fors’anche troppo pauroso quando la lotta si fa veramente dura.

Re Roger è sempre lui. Nel bene e nei suoi soliti difetti
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 Roger Federer e Juan Martin del Potro

Coach Ivan Ljubicic sarà furente, anche se, da vecchio amico qual è, si sfogherà lontano da occhi indiscreti e poi saprà indorare la pillola alla ripresa degli allenamenti. Ma, con tutto il rispetto per i grandi avversari, Federer ha buttato via l’ennesima volta l’occasione. Contro Delpo, ha impostato male gli scambi, ha giocato male i punti importanti - quattro set point nel decisivo terzo set -, non ha chiuso la partita quando doveva, esattamente come nel 2009, sempre a New York, quando aveva in mano il match, sempre dei quarti, contro l’emergente argentino dalla grande potenza, ma anche dai chiari limiti negli spostamenti e nel settore del rovescio, e come gli era successo nelle semifinali di New York 2010 e 2011 contro il rampante Novak Djokovic (peraltro mancando anche due match point in tutt’e due le occasioni). Sulla falsariga, del resto, della memorabile finale di Roma 2006 quando schiuse le porte del paradiso a Rafa Nadal. 

Purtroppo per lui, questi limiti sono insiti nell’animo del grande campione, a pari modo in cui sono caratteristiche invece decisive dei rivali diretti, Delpo, come Rafa e come Nole, tutti immensi agonisti che compensano col cuore qualche limite tecnico-fisico. Nessuno è perfetto ed è giusto anche così, è giusto che tutti si possano conquistare la propria fetta di gloria, ma certo Roger, che mai ha digerito quel k.o. con Delpo del 2009, si porterà ora sullo stomaco anche questo. Della serie: anche i re piangono.

VINCENZO MARTUCCI

​Sport Senators



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