Come fa una finale di Nba a diventare una battaglia su un solo uomo

Come fa una finale di Nba a diventare una battaglia su un solo uomo
RONALD MARTINEZ / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP 
LeBron James #23 dei Cleveland Cavaliers e Kevin Durant #35 dei Golden State Warriors 

Lo hanno schiantato. Di fatica. Al termine di una partita assolutamente fantastica. I Golden State Warriors sono 2-0 nella finale Nba contro i Cleveland Cavs, e hanno trovato l’unico modo per fermare il più grande, LeBron James, al massimo della sua capacità tecnica e mentale. In gara-2, alla fine del terzo quarto, mentre il tabellone mostra l’incredibile punteggio di 102-88 (finirà 132-113 per Golden State), LeBron si abbandona in panchina respirando quasi con difficoltà.

Dopo una gara-1 certamente importante e coraggiosa (28 punti, 15 rimbalzi), ma macchiata da 8 palle perse e da una lettura non perfetta della gara, James sta giocando meravigliosamente. Dal primo minuto ha attaccato il canestro in uno contro uno dritto per dritto, una forza della natura.

E’ già a 27 punti segnati, 10 rimbalzi, 14 assist dopo tre quarti. Ma il ritmo imposto dai Warriors alla partita è insostenibile, velocissimi e intensi su ogni singolo pallone: se l’unica speranza per Cleveland di competere è, ovviamente, tener in campo James almeno 40 minuti su 48, il gioco senza respiro di Golden State mina questa possibilità. E, nell’ultimo quarto, anche LeBron non è più un fattore decisivo mentre Kevin Durant, finora indiscusso mvp della finale (35.5 punti di media in due partite, più 11 rimbalzi, col 50% da tre punti) martella senza pietà, in attacco e in difesa, formando con Steph Curry (30 di media in due gare con 10 assist) una coppia pronta già ad entrare nella storia della pallacanestro. Riuscirà Golden State a mantenere la stessa velocità, la stessa intensità, a tagliare il fiato a LeBron anche in trasferta? Se sì, il titolo è assegnato altrimenti tutto è ancora possibile.

Le finali Nba sono bellissime, anche se dominate finora dai Warriors. E come sempre trovano eroi inattesi. E’ la mamma di Durant che scende in campo contro chi ha accusato il figlio di aver “tradito” Oklahoma City la scorsa estate scegliendo i Warriors. E’ c’è il ritorno di Steve Kerr in panchina, in gara-2, dopo un’operazione alla schiena che lo ha costretto a lasciar la squadra nelle mani dell’assistente Mike Brown per tutti i playoff. Un assistente imbattuto e che prende ancora milioni di dollari dagli… avversari di Cleveland che lo hanno licenziato nel 2014. Poi c’è Durant che incenerisce la popstar Rihanna, grande tifosa di LeBron, che in gara-1 avrebbe urlato “brick” (cioè mattone) su un tiro libero dell’ala dei Warriors (video che ha fatto impazzire i social network più della partita). Ma la storia più divertente l’ha raccontata proprio Brown che ha allenato LeBron James a Cleveland: il giocatore più forte del mondo, prima della partita, in spogliatoio, ama… ballare.

E se ai tempi gli sembrava una cosa folle, è nulla rispetto a quello che ha trovato ai Golden State: allenamenti con musica a palla, risate, confusione. Sono passati 50 anni esatti dalla Summer of Love, quando la Baia di San Francisco, la casa dei Warriors, venne invasa da migliaia di hippies inneggianti alla pace e all’amore e la squadra sembra l’erede di quell’atmosfera, di un modo diverso, apparentemente più leggero e anti sistema di giocare a pallacanestro. Ma ora si va a Cleveland, nella Rusty belt delle fabbriche ormai dismesse del Midwest. Un’altra musica.