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Il fallimento della Nasa che ritarda il programma di ritorno sulla Luna

L’amministratore Jim Bridenstine, che rimetterà il mandato il 20 gennaio, si è affrettato a dire che non si tratta di un fallimento perché era solo un test dei motori. Ma dietro ogni flop ci sono anche le responsabilità politiche di continui stop&go

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© Nasa

AGI - I programmi spaziali sono, per loro natura, complessi e richiedono lunghi periodi di sviluppo. Capita spesso che i tempi stimati per giungere al prodotto finale si allunghino e che i costi lievitino, ma ci sono programmi dove i ritardi sono talmente macroscopici da diventare imbarazzanti. Aggiungiamo che le difficoltà tecniche vengono spesso peggiorate da decisioni politiche contrastanti che prima spingono un programma e poi lo cancellano, o quasi.

È il caso dello Space Launch System (SLS) della NASA che  è tornato di attualità perché ha fallito un test dei motori al suolo. SLS è il lanciatore che, oltre mezzo secolo dopo, dovrebbe emulare le capacità del mitico Saturn V per riportare astronauti americani (per la precisione la prima donna ed il prossimo maschietto) sulla Luna.

Peccato che lo SLS sia in programmazione, con alterne vicende e diversi nomi, dal 2004, da quando George W. Bush ha annunciato di voler fare partire un programma di ritorno alla Luna, ma le date previste per i primi lanci hanno continuato a slittare in avanti.  

Da allora molte cose sono cambiate ma il programma di ritorno alla Luna non è mai veramente decollato fino alle dichiarazioni dell’ormai ex-presidente Trump che, contando su una rielezione, aveva imposto alla Nasa di ritornare sulla Luna entro il 2024. Le dichiarazioni, non sostanziate da cospicui finanziamenti, non erano certo bastate a risolvere i problemi.

È freschissima la notizia che il test al suolo del funzionamento dei motori dello Space Launch System si è concluso prima del previsto per un problema non meglio identificato. Se si fosse trattato di un vero lancio, lo spegnimento dei motori sarebbe stato disastroso.

© Nasa

L’amministratore della NASA Jim Bridenstine, che rimetterà il mandato il 20 gennaio in contemporanea con il giuramento di Biden, si è affrettato a dire che non si tratta di un fallimento perché era solo un test che, aggiungiamo, non è andato come ci si aspettava. 

I 4 motori che dovrebbero conferire allo SLS una potenza di lancio paragonabile (e magari migliore) del Saturno V avrebbero dovuto funzionare per 8 minuti, il tempo necessario ad un veicolo spaziale per raggiungere l’orbita terrestre. Le cronache dicono che uno dei 4 motori si è spento con una fiammata dopo una cinquantina di secondi e questo malfunzionamento ha spinto il computer di bordo a spegnere tutto.

La cosa non sarebbe preoccupante se si trattasse di motori di nuova concezione, come succede per il razzo Starship di Elon Musk che è già esploso diverse volte. Ma nel caso dello SLS stiamo parlando di motori residui del programma Shuttle che, dopo essere stati ripuliti, non avrebbero dovuto riservare sorprese. Due dei 4 motori erano stati utilizzati nell’ultimo volo dello Shuttle nel 2011.

Quello di sabato doveva essere l’ultimo test a terra prima del volo di prova previsto per novembre. Si sarebbe dovuto chiamare Artemis 1 e avrebbe dovuto lanciare una capsula senza equipaggio a circumnavigare la Luna. Adesso bisognerà capire la causa del problema, correggerla e rifare il test prima di pensare a un lancio di prova.

Nel 2011 la NASA aveva annunciato che SLS avrebbe condotto il primo test senza equipaggio nel 2017, adesso non sarebbe realistico aspettarsi nulla prima del 2022.

 

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