Ci salveranno gli studi classici

Si auspica che l’eccellenza della Sapienza in "Studi Classici e Storia Antica" possa stimolare il dibattito e facilitare il ritorno ad un dialogo costante tra scienze dure e umanistiche, nell’ottica di un nuovo Rinascimento, che finalmente ci consenta di uscire da provincialismi e piccolezze italiane 

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È di questi giorni la notizia che vede la Sapienza di Roma unica università italiana classificata prima al mondo in Studi Classici e Storia Antica. Concordo pienamente con le affermazioni del Rettore Gaudio quando dice che "ci troviamo a competere con università straniere che godono di risorse nettamente maggiori e facciamo del nostro meglio per tenere alta la tradizione di eccellenza nel campo della ricerca e della didattica" e soprattutto sul fatto che "Il primato assoluto negli studi classici è il riconoscimento della centralità culturale del Paese: questo patrimonio costituisce la base valoriale fondante della nostra società e abbiamo il dovere di trasmetterlo ai nostri studenti, perché offre strumenti di analisi e competenze trasversali, che fanno la differenza anche in un mercato del lavoro in cui tecnologia e competenze tecnico-scientifiche si evolvono con estrema rapidità, diventando obsolete in poco tempo".

Infatti è così. Osserviamo costantemente la sempre più crescente necessità di aiutare i nostri giovani a sviluppare capacità trasversali, quella di pensiero critico in primo luogo, che si nutrono di fondamenti culturali. Tornare ad una dimensione umanistica dell’educazione, nella quale il dialogo tra le due culture era la via naturale da perseguire, appare quasi come un percorso obbligato. Come sostiene Martha Nussbaum: "Le democrazie necessitano delle scienze umane"[1].

Se si affronta il tema della contrapposizione della cultura scientifica e di quella umanistica non si può non far riferimento al saggio The two cultures[2] di Sir Charles Percy Snow uscito sulla rivista Encounter nel 1959 e che suscitò grande scalpore proprio per le idee sul conflitto tra scienziati ed umanisti che vi erano contenute.

Al di là della frattura tra due aspetti che, in sostanza, rappresentano "l’anima e il corpo del nostro mondo", così come sostiene Alessandro Lanni nella sua introduzione all’edizione del 2005 del saggio di Snow[3], la difficoltà di scambio e comunicazione tra scienziati e umanisti rappresenta un problema sostanziale del mondo occidentale ed i risultati OCSE PIAAC, ad esempio, sono una valida rappresentazione delle conseguenze cui tale contrapposizione può condurre.

Il saggio di Snow è importante perché identifica in modo preciso i limiti delle due parti in causa: gli umanisti non hanno compreso il valore della conoscenza oggettiva della natura, e, conseguentemente, i livelli di benessere che essa ha consentito di raggiungere; gli scienziati, allorché privi di riferimenti culturali e quindi di quel contesto di valori condivisi nel quale inscrivere il loro operato, rischiano di sminuire il ruolo sociale della loro azione.

Rispetto al saggio di Snow, il primo ad avvertire l’urgenza del problema fu Ludovico Geymonat, che scrisse la prefazione ad una delle prime edizioni italiane del saggio. Geymonat, filosofo della scienza e matematico al contempo, rappresentava nella sua persona la conciliazione delle due culture teorizzata da Snow. Egli rimase colpito dal lavoro dello studioso inglese e ne riconobbe la rilevanza. Criticò l’Accademia italiana del tempo, definendola inquinata dal "pregiudizio idealistico e crociano".

Tale asservimento ha prodotto vari danni, traducendosi in programmi scolastici che hanno acuito la separazione tra le due culture, allontanando gli studenti da un approccio concreto allo studio delle scienze dure, favorendo nel tempo i risultati deludenti dell’azione didattica nelle scienze e nella matematica nella scuola secondaria, in particolare. Tornando al saggio di Snow, lo stesso Geymonat riconobbe l’importanza di educare i futuri scienziati nelle scienze umane, "per non far perdere l’orizzonte complessivo del sapere"[4].

Se pensiamo, come ricorda lo stesso Lanni, che le azioni principali che caratterizzano le attività di scienziati e umanisti, contare e raccontare, derivano dallo stesso verbo latino computare, comprendiamo come perda qualsiasi significato la contrapposizione tra le due culture. Al tempo di Galileo, tutti coloro che approfondivano gli studi costituivano una "repubblica delle lettere" priva di barriere o definizioni per cui alcuni facevano parte di una certa comunità scientifica ed altri no.

Riflettendo, non possiamo non constatare che la separazione tra scienze dure e cultura umanistica sia una forzatura. Newton, che scrisse i Principi matematici della Filosofia naturale (1687), esprimendo una contaminazione intrinseca tra scienza e filosofia, o Darwin, la cui Origine della Specie (1859) rappresentò un vero e proprio caso letterario oltre che scientifico, forniscono casi esemplari in tal senso.

Si auspica che l’eccellenza della Sapienza in "Studi Classici e Storia Antica" possa stimolare il dibattito e facilitare il ritorno ad un dialogo costante tra scienze dure e umanistiche, nell’ottica di un nuovo Rinascimento, che finalmente ci consenta di uscire da provincialismi e piccolezze italiane che precludono lo sviluppo e portano solo a far crescere il numero di giovani laureati che sempre più numerosi lasciano il nostro paese verso realtà che sanno meglio valorizzare il loro talento.

 


[1] Nussbaum, M., Not for Profit: Why Democracies Needs Humanities, Princeton and Oxford, Princeton University Press, 2010.

[2] Snow, C. P., The Two Cultures, London, Cambridge University Press, 1959.

[3] Ibidem.

[4] Lanni, A., “Introduzione”, in Le due culture, Milano, Marsilio, 2005, p.9.



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