Scrivere a mano ci ha reso più intelligenti, ma i bambini non sanno più farlo

Numerosi studi evidenziano che saper scrivere in corsivo aiuta a esprimersi e a comprendere meglio i testi 

Scrivere a mano ci ha reso più intelligenti, ma i bambini non sanno più farlo
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Nel tempo che viviamo sperimentiamo spesso l’inadeguatezza che, a volte, ci coglie nell’abitare un mondo dominato dalla tecnologia: le carte geografiche sostituite da quelle digitali e dal GPS, il chirurgo sostituito dalla robotica in sala operatoria, la carta sostituita dall’e-book e la penna dalla tastiera. L’innovazione è inarrestabile e appare difficile farne a meno, se si vuole operare come soggetti attivi e produttivi. Ciò è senza dubbio vero ma, quando si osserva la questione dal punto di vista educativo, la necessità di agire con cautela non lascia spazio alla libera scelta, soprattutto, se il periodo educativo del quale ci si occupa riguarda i bambini in età pre-scolare e scolare.  

I danni che fa la tastiera (se non si usa anche la penna)

L’avvertenza arriva, ancora una volta, dagli Stati Uniti, dove già nel 2012, il proliferare di forme di didattica della scrittura attraverso la tastiera, a discapito delle più tradizionali strumentazioni penna e matita, ha sollecitato la convocazione di un summit di studiosi e addetti ai lavori tenutosi a Washington e intitolato Handwriting in the 21st century? An educational summit (Spencer, 2012). I lavori del convegno hanno messo in luce quanto la decisione presa dal Dipartimento dell’Educazione nel 2010 in merito all’opportunità di variare i curricula dei primi anni della scuola primaria, rendendo obbligatorio l’uso della tastiera e minimizzando l’attività di scrittura a mano, a stampatello o in corsivo, abbia portato danni consistenti. Durante il convegno, poi, è emersa la necessità, avvertita dal basso, di mutare questa situazione, reintroducendo la scrittura manuale, come attività necessaria allo sviluppo delle capacità di apprendimento, argomentazione logica e di pensiero critico.

Ciò che più ha spaventato gli addetti ai lavori, intervenuti al summit del 2012, ha riguardato le modalità con le quali sono state intraprese decisioni, quali quella di eliminare le lezioni di scrittura, da parte del Dipartimento dell’Educazione statunitense. Si lamenta, in sostanza, la mancanza di ricerca che dimostri l’inutilità della didattica dedicata alla scrittura a mano. Le correlazioni tra scrittura manuale e abilità di lettura e composizione non vengono minimamente prese in considerazione, con il risultato che, negli Stati Uniti, le più giovani generazioni, che hanno fruito di tale forma di educazione, non sono in grado di scrivere e leggere il corsivo.

L'importanza si scrivere a mano

Il summit a Washington ha visto una massiccia partecipazione da parte di accademici, neuro-scienziati, insegnanti e semplici cittadini interessati al problema sociale che una tale situazione può generare. Quanto emerso alla fine del convegno è una sostanziale consapevolezza dell’importanza della scrittura a mano e del corsivo, in particolare, che contribuiscono allo sviluppo di altre aree di apprendimento quali la lettura, la composizione, la memoria.

Tra i partecipanti al convegno figurano studiose come Karin James e Virginia Berninger, attive all’Indiana e alla Washington University, che hanno prodotto lavori significativi sul tema, dimostrando l’impatto della scrittura manuale e del corsivo sull’apprendimento.

In un lavoro del 2013, James e Engelhardt evidenziano come scrivere manualmente o digitare caratteri al computer possa influenzare le capacità di comprensione della lettura in soggetti di età pre-scolare, allorché tale attività si realizzi in una fase delicata di sviluppo e costruzione del significato della realtà.

Ritardi nel riconoscimento delle lettere predicono in maniera significativa disabilità che vengono poi riscontrate nei livelli scolastici successivi e contribuiscono a diagnosticare disturbi dell’apprendimento (O’Connor, 1999).

Riconoscere le lettere dell'alfabeto non è così scontato

Appare interessante la posizione di James e Engelhardt che portano a sostegno della propria tesi, dimostrata a livello neuro-scientifico, un esempio efficace, soprattutto per i non esperti in materia. Essi chiariscono, infatti, che, nello stesso modo in cui riusciamo facilmente a riconoscere oggetti familiari, nonostante un’occlusione parziale della visuale dell’oggetto stesso, una rappresentazione limitata di una lettera può mutare l’identità della lettera stessa. Si tratta dunque di una capacità di riconoscimento che si differenzia completamente da qualsiasi altra attività analoga che impegni l’essere umano. Si è, in questo caso, obbligati a codificare ed indirizzare l’informazione senza trascurare alcune parti dell’oggetto sotto la nostra attenzione.

Imparare a scrivere è imparare a comprendere

La ricerca neuro-scientifica ha evidenziato quali aree del cervello vengano più o meno interessate durante il processo di riconoscimento (James, Gauthier, 2006; James, Atwood, 2009). In particolare, durante la scrittura manuale, sottoponendo a scansione celebrale gruppi di bambini ai quali era stato chiesto di tracciare lettere, unendo dei punti o disegnandole su un foglio bianco, si è rilevato un aumento dell’attività in tre aree celebrali che negli adulti si attivano quando si legge o si scrive: la circonvoluzione fusiforme dell’emisfero sinistro, la circonvoluzione frontale inferiore e la corteccia parietale posteriore. Tale effetto non è stato riscontrato nei bambini che hanno utilizzato la tastiera durante l’esperimento. In sostanza, l’attività di riproduzione del modello, che avviene per tentativi ed errori, aiuta la capacità di apprendimento del bambino, che riesce a riconoscere le lettere che ha vergato anche se in modo approssimativo, diversamente da quanto accade usando la tastiera.

Altri studi degni di nota, a cura di Berninger (2012), hanno dimostrato come, in gruppi di bambini, di classe IV e prima secondaria inferiore, con disabilità e non, chiamati a produrre testi scritti a penna ed alla tastiera, le variabili tempo, ampiezza del testo e complessità delle frasi prodotte migliorino sensibilmente.

Questi studi, basati su analisi statistiche, hanno previsto prestazioni diverse: dalla semplice trascrizione di simboli grafici alla costruzione di frasi e saggi. Risulta significativo che tutti i bambini coinvolti abbiano dimostrato di articolare concetti più complessi e in tempi più brevi, se chiamati a esprimersi con carta e penna.

Nel medesimo contesto si muove Steve Graham, docente di Didattica speciale e Letteratismo presso la Vanderbilt University. Rilevando le difficoltà degli allievi statunitensi di scuola primaria nella grafia delle lettere e, conseguentemente, nella interpretazione delle parole che ne sono costituite, Graham (2009) ha messo a punto un esperimento, confrontando in senso diacronico gruppi di soggetti impegnati e non nella scrittura manuale. I risultati mostrano come coloro che hanno effettuato attività mirate nell’esercizio della pratica manuale siano in grado di produrre testi in tempi più rapidi, in maniera più corretta ed abbiano maggiore facilità nel costruire le frasi e articolare i racconti.

Nel nostro Paese, iniziative come quella del progetto In intellectu et in Sensu - Nulla dies sine linea, coordinato da Benedetto Vertecchi, nell’ambito del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma TRE, e incentrato sull’esercizio della scrittura nella scuola primaria, si collocano in quest’ambito e soprattutto rappresentano un unicum nel panorama di generale asservimento all’uso indiscriminato dei supporti tecnologici nella didattica. Dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze che un uso inconsapevole della tecnologia può comportare nella fasi più delicate della crescita e dello sviluppo cognitivo che le giovani generazioni si trovano a dover affrontare nel percorso educativo.

Per approfondire:

  • Berninger, V., & Chanquoy, L. (2012), “What writing is and how it changes across early and middle childhood development: A multidisciplinary perspective”, in E. Grigorenko, E. Mambrino, & D. Preiss (Eds.), Writing: A mosaic of perspectives and views (Ch. 5, pp. 65-84). New York: Psychology Press.
  • Graham S. (2009), “Want to improve Children’s writing? Don’t neglect their handwriting, in American Educator (Winter 2009/2010), http://www.aft.org/sites/default/files/periodicals/graham.pdf, u.a. 10.04.2017
  • James K.H., L. Engelhardt (2012), “The effects of handwriting experience on functional brain development in pre-literate children”, in Trends in Neuroscience and education, vol.1, issue 1, 2012. 32:42.
  • James KH, Atwood TP (2009), “The Role of sensory motor learning in the perception of letter like forms: tracking the causes of neural specialisation for letters”, Cognitive Neuropsychology, 2009, 26:91-110.
  • James KH, Gauthier I. (2006), Letter processing automatically recruits a sensory motor brain network, Neuropsychology, 2006, 44; 2937-49.
  • Spencer L. (2012), “Does Cursive Handwriting need to be taught in a high tech world?” in Chicago Tribune Local, 12 Aprile 2012, http://www.triblocal.com, u.a. 16.11.2014.
  • O’Connor R.E., Jenkins J.R. (1999), “The prediction of reading disabilities in Kindergarten and first grade” in Scientific Studies of Reading, 3, 159-197.
  • Vertecchi B., In Intellectu et in Sensu , http://lps.uniroma3.it/2017/03/01/in-intellectu-et-in-sensu-scrivere-per-capire-scrivere-per-fare/