La Scienza e L’Europa o del “Lungo cammino dell’uomo verso la modernità”

Il declino del Vecchio Continente inizia con il distacco dal rapporto privilegiato che c’era, fino a un secolo fa, con la scienza

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Foto: Paolo Soave - Museo Nazionale Scienza e Tecnologia 
Mostra Leonardo da Vinci Parade  

In occasione dell’uscita del quinto volume della serie “La scienza e l’Europa” di Pietro Greco, si è svolta nell’Aula Magna della Sapienza una tavola rotonda cui ho partecipato insieme all’autore e a Piero Angela, Franco D’agostino, Domenico De Masi, Walter Tocci.

La diversità di formazione degli intervenuti ha reso avvincente la discussione e Piero Angela ha brillantemente suggerito un titolo meno “professorale” per i cinque volumi: “Il lungo cammino dell’uomo verso la modernità”.

Il mio intervento si è caratterizzato come una testimonianza diretta della veridicità delle tesi sostenute da Greco nel suo ultimo libro, poiché come fisico astro-particellare ho potuto assistere allo spostamento verso l’Asia dell’asse della ricerca scientifica.

I volumi di Pietro Greco hanno colmato una lacuna nel panorama dei libri di storia europea perché finalmente vi si pone nella giusta luce il ruolo primario che la Scienza ha avuto nella costruzione dell’identità dell’Europa durante l’ultimo millennio.

Le argomentazioni storiche sono chiare, convincenti, frutto di un approccio multidisciplinare che rappresenta un’eccezione nel panorama culturale italiano.

Il teorema ben dimostrato di Greco afferma che La Scienza o meglio dire la Conoscenza sono state il collante principale dell’Europa che le ha consentito di dominare il mondo per alcuni secoli fino alle soglie del ventesimo secolo.

Che cosa accade oggi?

Assistiamo a due problemi: l’ideale di un’unione politica europea è entrato in crisi e il declino dell’Europa accelera.

La maggioranza dei cittadini si sente oggi più insicura rispetto al passato. Gli anni di crisi economica seguiti da una crescita modesta, la disuguaglianza crescente che ha distrutto i ceti medi portandoli verso la soglia della povertà, l’incapacità di saper gestire il fenomeno storico delle migrazioni, le emergenze climatiche hanno contribuito a questo sentimento d’insicurezza che poi è alla base dell’insofferenza verso la politica, verso le istituzioni comunitarie ritenute colpevoli di non aver saputo affrontare i problemi, e in generale verso la conoscenza, le competenze.

Cosa ci riserva il futuro?

Lo straordinario sviluppo della scienza e della tecnologia cominciato nel XX Secolo, l’avanzare della globalizzazione ci hanno proiettato nell’era della conoscenza: in sostanza oggi buona parte della produzione industriale è fatta di prodotti che incorporano un mix di ricerca scientifica, alta formazione e creatività.

Ebbene, dati alla mano, Greco ci dimostra come il declino dell’Europa sia fortemente correlato con la perdita di quel rapporto privilegiato con la scienza che le aveva consentito fino a circa 100 anni fa di avere il monopolio quasi esclusivo della conoscenza.

Perché abbiamo perso questo treno?

Non che siano mancate all’Europa le capacità di analisi per comprendere la stretta correlazione tra sviluppo e ricerca, sono mancate le condizioni, la capacità e la volontà politica di tradurle in buone pratiche.

Il fallimento è stato determinato da contingenze economiche ma anche dal fatto che l’Europa non è uno stato federato, le decisioni in merito alle strategie e agli investimenti sulla ricerca, sulla scuola, sulla cultura in genere possono essere molto differenti.

Ad esempio tra l’1% d’investimenti in R&S dell’Italia, il 3.6% della Svezia e il 2.5% della Germania, le differenze e le conseguenze sul benessere delle nazioni e dei cittadini sono enormi.

Per fermare il suo declino L’Europa deve allora non solo produrre una quantità maggiore di nuova conoscenza ma deve farlo coesa; dobbiamo estendere le collaborazioni tra i Paesi Europei sull’esempio del CERN o dell’ESA a tutti i settori della ricerca, abbiamo bisogno di più infrastrutture di ricerca comuni, di aumentare gli scambi tra le Università. Perché dove l’Europa ha saputo realizzare questa piena integrazione, lì ancora primeggia nel mondo.

Il Laboratorio del CERN di Ginevra ad esempio è un laboratorio europeo fondato nel 1952, è famoso per la scoperta del bosone di Higgs ed è il più importante centro di ricerca mondiale in fisica delle particelle. 

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 MARSIS - Artist View of Mars Express 2

La scienza e l’innovazione non si esauriscono però nella fisica delle particelle o nella fisica astro-particellare.

Il resto del mondo avanza mentre noi arretriamo.

La Cina ad esempio ha impostato i suoi tre piani decennali sulla trasformazione dell’industria verso l’innovazione: da fabbrica del mondo di prodotti a basso contenuto qualitativo a prima potenza tecnologica industriale mondiale nel 2049, centenario della rivoluzione.

I risultati già si vedono: pensiamo a Huawei, alla tecnologia 5G, allo sbarco sulla faccia nascosta della luna, un trionfo dell’intelligenza artificiale.

Ebbene negli ultimi decenni la Cina ha sempre considerevolmente aumentato i suoi investimenti in R&S e in alta formazione privilegiando giustamente anche la ricerca di base.

Posso personalmente testimoniare tutto ciò. Dopo aver lavorato a Frascati, al CERN, a Desy e al Laboratorio del Gran Sasso, l’esperimento cui partecipo, JUNO, è situato nella Cina meridionale. Si tratta di un apparato gigante di ultima generazione per lo studio dei neutrini, del costo di circa 300 milioni di dollari, finanziato al 95% dall’Accademia cinese delle scienze.

Vi partecipano circa 600 scienziati, di cui il 40% provenienti dall’Europa, dalla Russia, da paesi asiatici e dall’America meridionale, e i nostri colleghi cinesi ci offrono anche posizioni di ricercatore e fino a professore ordinario nelle loro università.

Inoltre anche il primato del CERN appare minacciato dal progetto cinese di un nuovo gigantesco acceleratore dopo LHC che fa concorrenza all’analogo progetto del CERN presentato di recente.

Scienza come diffusione di valori universali

Le ragioni per ripartire dalla Conoscenza per rilanciare l’Europa unita non si esauriscono nella stretta correlazione tra essa e lo sviluppo economico. La Scienza agisce da collante anche perché realizza una vasta comunità che pratica nei fatti diritti e valori universali.

La capacità di collaborare pacificamente su scala mondiale indipendentemente da differenze di nazionalità, religione, sesso, la messa a disposizione immediata dell’umanità dei risultati scientifici, la democraticità insita nella scienza, sono alcune caratteristiche che possono essere d’ispirazione per un rilancio dell’ideale europeo.

Occorre convincere i cittadini non basandosi solamente su argomenti di convenienza, quali “se non ci coalizziamo, siamo destinati a essere sempre più irrilevanti sullo scenario globale”, dobbiamo anche puntare a un rilancio dei valori comuni.

La Scienza vive di alcuni di questi valori e renderli più pervasivi nella società è una sfida per gli scienziati e per tutti.

 



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