Il cervello porta a mentire quando conviene

Nature Neuroscience pubblica i risultati di un esperimento su 80 volontari: quando è chiara la percezione di un possibile vantaggio, l'imbarazzo che si prova di solito a mentire viene superato.

Il cervello porta a mentire quando conviene
Uno studio inglese apparso sulla rivista Nature Neuroscience rivela come il nostro cervello possa adattarsi progressivamente alle bugie, quando queste portano un vantaggio. Ad un gruppo di 80 volontari è stato chiesto ripetutamente di indovinare il numero di monetine presenti in un vaso di vetro e di suggerire la risposta ad un partner a loro sconosciuto (in realtà uno dei ricercatori del team). In una prima serie di esperimenti, i "suggeritori" e il loro partner venivano entrambi ricompensati quanto più la stima era precisa. Successivamente, lo schema del gioco è stato modificato in due diverse varianti: una prevedeva una ricompensa al suggeritore e al partner, quanto maggiore era la sovrastima del numero di monetine. L'altra, invece, prevedeva una ricompensa solo al suggeritore, e una penale per il partner, sempre in caso di risposta sbagliata. In tutti e tre i casi, al suggeritore era stato fatto credere che il partner non sapeva come sarebbe stato ricompensato, per cui il suggeritore era libero di comportarsi in maniera onesta o meno, all'insaputa del partner.  
 

Anche la sincerità è basata sull'incentivo

Su di un totale di 60 prove differenti, i ricercatori hanno notato che nella prima fase, quando la sincerità andava a beneficio del suggeritore, le risposte erano consistentemente oneste. Nel momento in cui, invece, era una risposta volutamente errata ad avvantaggiare il suggeritore, il livello di disonestà aumentava. Non solo, ma l'ampiezza della bugia (misurata in base a quanto il suggeritore sovrastimava volutamente le monetine da una prova all'altra, guadagnando così sempre di più), aumentava nel tempo. 
 
L'analisi dei dati ha evidenziato come questo aumento di disonestà fosse riscontrabile solo quando andava a vantaggio di chi mentiva e non quando danneggiava unicamente il partner, senza guadagno per il suggeritore, dimostrando che la motivazione di fondo era di tipo egoistico. Inoltre era più frequente quando il vantaggio era condiviso da entrambi, rispetto a quando avvantaggiava il solo suggeritore.
A questa analisi comportamentale, i ricercatori hanno accoppiato il monitoraggio dell'attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica. La regione scelta per l'analisi era l'amigdala, una porzione del cervello nota per essere coinvolta nel processamento degli stimoli emotivi. L'attivazione di questa regione diminuiva nel tempo, all'aumentare della frequenza di atti disonesti.

La menzogna e le reazioni auto-inibenti

Alla fine di una complessa serie di test di controllo, i ricercatori sono stati in grado di delineare un'ipotesi comportamentale, secondo cui la prima bugia causa una reazione emotiva auto-inibente forte, che tuttavia tende a diminuire se la bugia viene ripetuta. La "molla" che fa superare l'autoinibizione (quello che chiamiamo lo scrupolo di coscienza), è la percezione razionale del vantaggio per chi mente. Probabilmente si tratta di un meccanismo selezionato dall'evoluzione per favorire la competizione di individui legati emotivamente, ad esempio nello stesso nucleo famigliare, all'interno del gruppo: il nostro cervello cioè è "cablato" per valutare il rapporto rischio (di essere colti in fallo e puniti) e beneficio (numero di volte in cui la si fa franca). Gli autori ipotizzano che differenze nell'attivazione dell'amigdala, sede del "conflitto di coscienza", dovute a variazioni individuali nei livelli di certi neurotrasmettitori, potrebbero spiegare la differente tendenza delle persone a mentire ripetutamente.
 
Insomma, a mentire si fa presto l'abitudine.