Lo pseudo-embrione che racconta ciò che delle staminali ancora non sappiamo

Lo studio olandese apre inoltre la strada a una conoscenza maggiore dei meccanismi di infertilità, in particolare sui difetti di impianto e placentari

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Quelli che sarebbero stati creati alcune settimane fa da un gruppo di ricercatori olandesi non sono embrioni veri e propri. Anzi, sarebbe meglio chiamarlo uno pseudo-embrione, creato in laboratorio e fatto sviluppare in vivo fino ad un determinato stadio. Ma è bene precisare subito che questo pseudo-embrione non potrà mai raggiungere la fase matura di sviluppo e diventare un embrione, un feto e quindi un bambino.

Ma allora cosa è? Perché ha suscitato tanto clamore su alcuni media, perché tante preoccupazioni, soprattutto (se non esclusivamente) nel nostro Paese? In biologia, un embrione – almeno nei mammiferi – è il prodotto del concepimento, ovvero dell’uovo fecondato che si trasforma in una massa costituita da cellule (blastomeri), che delimitano una cavità centrale (blastocele). Con l’apparizione della blastocele questa fase embrionale è definita blastocisti. I blastomeri possono essere considerati cellule staminali totipotenti, dato che sono in grado di dare origine a tutti i tipi di cellule presenti nell'organismo adulto e anche alle cellule di tutte le strutture extraembrionali o "annessi embrionali" (placenta, corion, amnios, sacco vitellino e cordone ombelicale).

Le cellule più interne, denominate massa cellulare interna, saranno destinate a specializzarsi nei tessuti dell'embrione, mentre la massa cellulare esterna che le circonda possiede giunzioni più strette (serrate) e andrà a costituire prima il trofoblasto e poi le strutture extraembrionali. Da questo momento la blastocisti si trasforma, emigra, entra in contatto con la parete dell'endometrio (utero), si appiattisce, dà origine alla placenta, alla cavità amniotica e quindi all'embrione. Il vero ed unico punto di partenza della vita.

Come avviene tutto questo? Come fanno le cellule embrionali tutte geneticamente identiche tra loro a seguire un proprio destino? Chi guida il processo di trasformazione della blastocisti? Perché in molte gravidanze questo processo si interrompe?

A tutte queste domande hanno cercato di rispondere i colleghi del MERLN Institute e dell’Hubrecht Institute (KNAWdell’Università di Maastricht. Per far luce su questi meccanismi ancora poco conosciuti hanno utilizzato blastomeri, quindi cellule staminali embrionali totipotenti di un embrione di topo (quindi niente di artificiale), prelevate sia dalla parte interna che esterna, che opportunamente stimolate si sono auto-organizzate a simulare una blastocisti, chiamata blastoide. La disponibilità di molti blastoidi potrà aiutarci a comprendere come si forma la placenta e perché, in alcuni casi, la fase dell’impianto fallisce, e quindi a capire di più sullo sviluppo embrionale.

Noi ancora oggi conosciamo molto poco della placenta, un organo straordinario che da circa 300 milioni di anni svolge un ruolo straordinario: collega il sistema circolatorio del concepito e della femmina gravida fungendo da “barriera” di separazione tra l’ambiente amniotico del feto e l’ambiente della cavità uterina. È inoltre un organo endocrino, in quanto produce ormoni fondamentali per lo sviluppo del feto.

Questo studio apre uno spiraglio su un ambiente ancora molto sconosciuto. Ci racconta qualcosa sulle modalità di dialogo e comunicazione fra le cellule, e sul modo in cui arrivano a specializzarsi, ad intercettarsi e cooperare in una lingua ancora sconosciuta.

Lo studio apre inoltre la strada a una conoscenza maggiore dei meccanismi di infertilità, in particolare sui difetti di impianto e placentari (distacco della placenta, placenta previa e placenta accreta, ad esempio, che rientrano tra le più comuni complicanze della seconda metà della gravidanza). La placenta previa è la principale causa di emorragia nel terzo trimestre di gravidanza e riguarda 5 gravidanze su 1.000. Il distacco della placenta riguarda circa l’1% di tutte le gravidanze. Nel 20% dei casi di parto pretermine ci può essere un difetto di vascolarizzazione placentare.

L’embriologia animale, come scienza autonoma, ha sempre interessato e incuriosito gli umani. Già Aristotele e Galeno hanno cercato di rispondere sul come si sviluppano gli animali, ma soltanto dal 17° sec. con G. Fabrici d’Acquapendente, W. Harvey e M. Malpighi si è cominciato a capire qualcosa ed eliminare le fantasie e il mistero dei preformisti (secondo i quali l'animale adulto, con tutti gli organi e i caratteri ereditari, si trova già in miniatura nel germe, ossia nell'uovo o nello spermatozoo).

L’embriologia moderna si basa su metodi biochimici, citochimici e molecolari che hanno permesso di considerare lo sviluppo come derivato dalla graduale interreazione tra i vari componenti biochimici dell’uovo, le cosiddette ‘sostanze determinanti’ e l’azione dei geni che in modo selettivo e preciso si attivano e si inattivano indirizzando ogni cellula al proprio destino.

“Niente nella vita va temuto, dev’essere solamente compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”. Questo scriveva la due volte Premio Nobel Marie Curie, e le sue parole risuonano sempre attuali ad ogni piccolo passo in avanti della scienza. La ricerca scientifica è la chiave per la stanza dei segreti dell’universo, da maneggiare certamente con la giusta cautela ma senza ingiustificate paure.



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