Non si parla ancora abbastanza della Terza missione dell'Università 

Non si parla ancora abbastanza della Terza missione dell'Università 

È solo attraverso la produzione di conoscenza che l’università può realizzare pienamente il suo ruolo propulsivo nella società 
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AGI - Sono tre i pilastri su cui deve potersi fondare l’operato di una università, tutti e tre con una missione specifica e non escludentesi: educazione, ricerca e terza missione. Se l’educazione è un compito di fondamentale importanza per fornire esaustivamente le competenze di base “trasmettendo conoscenza”, è la ricerca che consente di “produrre conoscenza”, e quindi di trasferirla come obiettivo della cosiddetta “terza missione”: è solo attraverso la produzione di conoscenza che l’università può realizzare pienamente il suo ruolo propulsivo nella società

Nel modello Stanford, “l’università al centro” dello sviluppo della Silicon Valley, ben descritta dal suo storico presidente John Hennessy, è una università motore di sviluppo sociale ed economico, generatrice di opportunità e di politiche di innovazione attraverso la ricerca scientifica. “L’innovazione la fanno gli innovatori”, diceva Hennessy.

Sono gli innovatori di cui ha bisogno il territorio per la terza missione: una volta opportunamente educati fornendo loro solide competenze di base, e formati attraverso la ricerca scientifica, sono coloro che possiedono i valori di una società sostenibile e inclusiva, che hanno la creatività delle buone idee, che sono in grado di creare start-up dando opportunità di lavoro a sé e agli altri o di arricchire il tessuto imprenditoriale e sociale, qualunque sia l’ambito.

Nel 2012 per la prima volta la Commissione Europea finanzia un progetto triennale dal titolo “European Indicators and Ranking Methodology for University Third Mission”, con il coinvolgimento di otto centri di ricerca europei, che produce un “Green Paper” dal titolo “Fostering and Measuring ´Third Mission´ in Higher Education Institutions”: si tenta in Europa di definire e articolare un ambito ritenuto di potenziale grande valore per lo sviluppo della società, che trascende e amplia l’originario ruolo del trasferimento tecnologico (deputato per lo più alla valorizzazione della ricerca attraverso brevetti e spin off, che sono le aziende nate dalla ricerca universitaria), riconoscendo una nuova dimensione sociale della terza missione. Così, oltre al trasferimento tecnologico, anche la formazione continua e il coinvolgimento sociale diventano macrodimensioni che entrano a far parte del contenitore ampio che è la terza missione.

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© Agi
Hack.Gov, Napoli, Università Federico II

Il punto di partenza è quello per il quale non si può prescindere dalla dimensione pubblica della maggior parte delle università italiane, che fa della responsabilità nei confronti dei territori in cui esse operano un obiettivo declinabile su ogni attività. I valori eticiculturali, di crescita sociale e di sviluppo civile che l’università è in grado di determinare sono quanto crea valore per la comunità.

Una università che non avverta la responsabilità sociale di intervenire attivamente e da protagonista nelle politiche di crescita del suo Paese è una università monca. Per questo la terza missione è un’area che va attentamente strutturata al pari delle altre due, quelle di educazione e ricerca, sia come attività che come risorse, anche se molte università italiane non ne contemplano ancora neppure la delega (e tanto meno personale strutturato), seppure si tratti anche in questo caso di un ambito soggetto a valutazione da parte dei ranking nazionali e internazionali.

L’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca – ANVUR (https://www.anvur.it/attivita/temi/), tra i cui compiti rientra la “valutazione della qualità dei processi, i risultati e i prodotti delle attività di gestione, formazione, ricerca, ivi compreso il trasferimento tecnologico’’ (VQR), ha reso propri questi concetti introducendo la terza missione come l’”apertura verso il contesto socio-economico mediante la valorizzazione e il trasferimento delle conoscenzeche include oltre alle attività di valorizzazione economica della ricerca, anche iniziative dal valore socio-culturale ed educativo”.

Sono stati infatti definiti per questo alcuni indicatori inerenti non solo il trasferimento tecnologico, ma anche le attività delle scienze umane che hanno un impatto sulla società: la terza missione è stata così di fatto riconosciuta a tutti gli effetti in Italia come una missione istituzionale delle università, accanto a quelle dell’educazione e della ricerca. 

Cosa crea impatto? Brevetti e spin off, naturalmente, insieme alla creazione di strutture di intermediazione e trasferimento tecnologico, quali sono gli incubatori, ma non soltanto. Il coinvolgimento sociale, attraverso attività culturali di pubblica utilità, iniziative di coinvolgimento dei cittadini nella ricerca, divulgazione scientifica e animazione territoriale, genera “public understanding of science” e “public engagement”, rendendo la comunità ‘consapevole’, ovvero componente attiva e partecipe nei percorsi di innovazione.

Indicatori sono anche, tra gli altri, la produzione e gestione di beni artistici e culturali, e l’educazione e formazione continua sui temi dei territori e a forte interazione con le scuole e con gli ITS, e poi la social inclusion (produzione di beni pubblici di natura sociale, educativa e politiche per l’inclusione), gli open science tool, il supporto alle istituzioni, e la capacità di creare reti di collaborazioni tra istituzioni diverse o anche tra discipline diverse.

A Berkeley, che è stata antesignana dei concetti di terza missione, la chiamavano "multiversity", anziché “uni-versity", riferendosi alla comunità universitaria come a quella capace di rompere con il passato e l’autoreferenzialità, e che piuttosto che standardizzare le tradizioni accademiche fosse in grado di valorizzare le differenze nella società e il multiculturalismo, declinandosi su più accezioni per rispondere alle diverse e complesse esigenze culturali ed economiche.

Una università conservatrice non è aperta al nuovo, non genera ma reitera. Essere “disruptive” anche nei propri modelli può consentire a una nuova università di assolvere al compito di assumersi la responsabilità di "salvare la società", servendola nella sfera industriale, culturale e politica, per trasformarla in una comunità che crea valore economico oltre che sociale: nuovi posti di lavoro, nuove tecnologie, attraverso il decisivo impulso allo sviluppo di un capitale umano pronto per le sfide.

L’università non si limita ad “insegnare”, ma crea un “fermento” culturale e innovativo “vibrante”, come dicono in Inghilterra, che può fornire nuove idee, nuovi network, nuovi collegamenti col territorio in relazione alle sue vocazioni, e quindi ai relativi settori specifici sui quali intervenire prioritariamente per preparare i giovani, generare impatto e trasformare le vocazioni in eccellenze riconosciute a livello internazionale.

Tutto questo, va filtrato in ottica europea, che è l’ottica valoriale condivisa della nostra  comunità più estesa, guardando con attenzione i programmi quadro della ricerca e le principali direttive comunitarie in tema di sviluppo. I riferimenti sono i ’’Macrotrend’’ tematici (dalla sostenibilità ambientale all'invecchiamento demografico, la digitalizzazione, la transizione energetica, le trasmigrazioni), gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 dell’ONU (una chiamata globale ad affrontare sfide planetarie e porre fine alla povertà, proteggere il pianeta, contrastare la disuguaglianza e migliorare la vita e le prospettive di tutti), la Quinta Rivoluzione Industriale “Human-Centric della sostenibilità totale, i programmi quadri della ricerca europea come Horizon Europe 2021-2027 che contiene le indicazioni  dell’European Innovation Council (EIC),  l’organismo della Commissione Europea preposto al supporto e alla diffusione dell’innovazione disruptive in Europa, sugli “Innovation Ecosystem”: una rete di interazioni attraverso cui informazione, conoscenza e talento fluiscono in sistemi sostenibili di co-creazione del valore.

Ogni ecosistema dell'innovazione deve basarsi sulle “3C”, che sono alla base della mission di terza missione: Competence (le nuove competenze generate dall’università in grado di rispondere alle sfide sociali ed economiche e costruire il futuro), “Connectedness” (un termine coniato apposta dalla Comunità Europea per esprimere la capacità di creare reti) e Capital (che va dove ci sono competenze e aggregazioni). La definizione di Innovation Ecosystem è contenuta anche nel Recovery and Resilience Plan – PNRR - Missione 4 Istruzione e ricerca: “Luoghi di contaminazione di didattica avanzata, ricerca, laboratori pubblico-privati e terzo settore per rafforzare le ricadute sociali ed economiche delle attività di ricerca”. La terza missione è, in sostanza, questo.

Le competenze in campo devono essere multidisciplinari e capaci di muoversi con agio dal fund-raising da privati al local development, dall’orientamento e dall’animazione territoriale all’etica, al monitoraggio e alla valutazione dell’impatto che i risultati di tali azioni generano, a monitoraggio della salvaguardia dell’ambiente, alla divulgazione scientifica con strumenti tecnologici e innovativi, in sinergia con gli altri attori del territorio e in una “connessione” costante tra università e società. Con l’ottica di fornire un contributo valoriale al nostro Paese.

La terza missione contribuisce alla costituzione del Bene comune, convertendo la produzione di Conoscenza da parte delle università in risultati utili al miglioramento del mondo in cui viviamo. Come vogliamo fare la differenza per il nostro mondo? E’ una domanda che qualunque istituzione pubblica dovrebbe porsi, intervenendo direttamente su tutto ciò che concorra a trovare soluzioni ai problemi che affliggono la nostra società, nel campo delle migrazioni e della fame, dell'innovazione e della giustizia sociali, dei cambiamenti climatici, della disabilità e dell'inclusione, nella 'formazione di coscienze consapevoli' su ciò che accade attorno a noi perché si possa contribuirvi. Dalla solidarietà fino alla creazioni di basi solide di sviluppo sostenibile: non essere una torre d’avorio, ma un faro di conoscenza.