Studi inefficaci? Ripartiamo dalla ricerca di base, intersettoriale e interdisciplinare

Il caso della Pfizer non è il primo e non sarà l’ultimo in cui il mercato sembra dettare le regole su una materia tanto delicata

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La notizia del colosso industriale che abbandona gli studi sui nuovi farmaci per l’Alzheimer e il Parkinson ha fatto di recente il giro del mondo, gettando nello sconforto milioni di famiglie che combattono contro uno dei peggiori mostri del nostro tempo: le malattie degenerative e il declino cognitivo.

Abbandonare una linea di ricerca nella scienza non significa arrendersi, capita anzi molto spesso. Per la sola malattia di Alzheimer, negli ultimi 15 anni sono stati effettuati oltre 400 studi clinici e nessuno di questi ha fornito risultati positivi o parzialmente positivi. Molto recentemente, a questi si è aggiunto il fallimento dell’idalopirdina testato su oltre 2500 pazienti in 16 diversi Paesi. È fondamentale capire il perché di questi insuccessi per gli studi clinici futuri.

Le cause sono molte e differenti, e risiedono nella complessità della malattia e nell’eterogeneità della sintomatologia, che sono conseguenza delle basi genetiche e molecolari ancora da definire e dalle interazioni profonde che riguardano geni, ambiente e casualità. Nonostante negli ultimi anni siano stati fatti molti progressi nella ricerca della causa della malattia di Alzheimer e delle demenze in genere, non disponiamo ancora di biomarcatori genomici selettivi in grado di identificare le persone asintomatiche e monitorare il decorso della malattia. Infatti, numerosi studi clinici e patologici basati su autopsie cerebrali hanno dimostrato che la demenza è dovuta a molteplici anomalie patologiche e suggerito che ci troviamo di fronte a più malattie diverse caratterizzate tutte da demenza. Questo spiegherebbe l’inefficacia di un trattamento su malattie dovute a causa diverse, ma con la stessa diagnosi clinica.

È necessario quindi fare ancora molta ricerca di base. Proprio per questo, nel 2012, il National Institutes of Health (NIH) ha lanciato un programma di ricerca di base con diversi attori protagonisti – governo, industria, fondazioni e Università – malgrado le difficoltà di questa ricerca. Questa è la strada: abbiamo bisogno di fare un “New Deal” della ricerca come fece il Presidente Roosevelt, che ha portato gli Stati Uniti fuori dalla grande depressione, o come fece il Presidente Nixon nel 1971 investendo 600 milioni di dollari di oggi per la lotta contro il cancro che ha permesso di sviluppare terapie al quel tempo inimmaginabili.

Forse è necessario uno sforzo mondiale con più Paesi in grado di contribuire economicamente e con laboratori per contrastare la pandemia di demenza attesa per i prossimi anni (si stima che nel 2050 saranno 132 milioni le persone affette da demenza). In Inghilterra e Galles la demenza è diventata la principale causa di morte ed ha già superato le malattie cardiovascolari.

Il caso della Pfizer non è il primo – basti pensare, tra gli altri, alla GlaxoSmithKline – e non sarà l’ultimo in cui il mercato sembra dettare le regole su una materia tanto delicata. Dico “sembra”, e lo dico con serenità e convinzione: gli studi su malattie tanto devastanti, come anche gli studi sulle malattie rare, necessitano di una ricerca di base ad ampio spettro che il mercato privato, semplicemente, da solo non può offrire. La ricerca è interdisciplinare, intersettoriale e richiede soprattutto competenze diverse, co-localizzate in una stessa area per favorire un interscambio continuo di informazioni.

Dobbiamo cambiare il paradigma, va spinto l’acceleratore sul motore più potente a disposizione: il know how scientifico delle università. È qui, nel vivaio per eccellenza di talenti e idee, che va incentivata la spinta alla ricerca, anche attraverso lo scouting da parte di soggetti privati. Quando affermiamo che gli Atenei devono sapersi aprire alla società, che devono trovare nella propria Terza missione il volano dello sviluppo, diciamo anche questo: formiamo professionalità di grande levatura che devono essere messe in condizione di produrre risultati, di proporre soluzioni, di contribuire al benessere di tutti.

Come fare, se viviamo nel paradosso di un Paese che fa ottima ricerca, ma ne fa poca per mancanza di risorse? La chiave è nella codificazione di un dialogo tra pubblico e privato con cui l’Accademia può rendere possibile il passaggio dal sapere (della ricerca) al saper fare (e bene) dell'impresa: come accade con la formula “spin in” che molti Atenei, come “Tor Vergata”, hanno deciso di incentivare per contribuire a definire il miglior set di politiche (della ricerca, industriali, dell'innovazione) che possa aiutare il nostro sistema a crescere e a garantire la diffusione di una cultura imprenditoriale e dell'innovazione.

Un altro esempio sono i fondi Venture Capital – ad esempio, AurorA-TT – che investono in progetti ai primi stadi per colmare il divario tra ricerca di base e sviluppo industriale. Di qui, la chiave per potenziare il Trasferimento Tecnologico e rendere commerciabili (e quindi a beneficio del paziente) le scoperte scientifiche.

Non è mai troppo tardi per cambiare rotta. La storia ce lo insegna, il futuro ce lo chiede.



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