L'industria italiana non può perdere il treno della robotica

La nostra tradizione nella meccanica avanzata e nella manifattura ci mette nelle condizioni di essere leader della prossima rivoluzione industriale

L'industria italiana non può perdere il treno della robotica

La robotica può interagire in modo positivo sull’economia e stimolare una situazione di “vantaggio” competitivo partendo dal presupposto che è il settore che, meglio di qualunque altro, ha il potere di rilanciare una tradizione affermata dell’Italia nella meccanica avanzata e nella manifattura. L’Italia si distingue in campo internazionale per i risultati eccellenti della ricerca e per le risorse di grande massa critica di cui dispone in questo settore: la vera sfida adesso è quella di tradurre la conoscenza fin qui sviluppata in applicazioni con il potenziale di attrarre investimenti per lo sviluppo e la commercializzazione di nuovi prodotti, basati su robot e tecnologie smart (e su nuove figure professionali), divenendo mercato. Non a caso la nuova rivoluzione industriale si basa sull’ “Economia Digitale”, le cui chiavi sono nuove concezioni del lavoro, innovazioni “disruptive”, ovvero radicali e quindi capaci di scardinare forma mentis e stili di vita, e nuove competenze che richiedono nuove forme di educazione. Il lancio di Industria 4.0 potrà fare da volano a questa nuova visione, una carta di fondamentale importanza per far vincere il nostro Paese nel quadro dell’economia internazionale.

I settori applicativi sono tanti e non toccano soltanto il manifatturiero, coprendo spazi dal turismo alla logistica, per citarne alcuni. La Toscana, in particolare, è un’ottima piattaforma di sperimentazione, grazie alla stretta connessione e al conseguente sviluppo di sinergie tra il mondo dell’educazione, della ricerca e del trasferimento tecnologico e quello delle istituzioni governative, entrambi coinvolti per missione nella creazione di nuovi posti di lavoro e quindi di nuova ricchezza, economica ma anche e soprattutto sociale.

Lo sviluppo dell’“Economia Digitale” in Toscana potrebbe riguardare in una prima fase in particolare l’area costiera, che sintetizza nelle sue peculiarità settori ad alto potenziale di sviluppo, come il manifatturiero, portualità e logistica, turismo. Formazione di capitale umano e nuove tecnologie rappresenterebbero con facilità qui gli asset trasversali all’alta densità scientifica e alle vocazioni industriali di un territorio fertile di eccellenze, risorse e infrastrutture.

La logistica è intesa non solo in ambito portuale ma anche come mobilità intelligente delle persone e delle cose, cui la robotica potrebbe dare un grande contributo riferendosi tanto alla smart mobility in smart cities (nelle città grandi) quanto alle smart communities (paesi e frazioni), di cui è costellata l’intera area, rappresentativa del tessuto urbano italiano.

Altre applicazioni riguardano le nuove tecnologie per la nuova industria, con riferimento all’Economia Circolare e allo smantellamento delle navi, ad esempio. Non si potrebbe parlare di Economia Digitale sulla costa se non si tenessero in conto, insieme alle politiche di “sviluppo sostenibile” e di “green economy”, al centro delle politiche ambientali europee, anche i temi della “circular economy”, l’economia non più lineare che produce pensando al riutilizzo, per trarre il massimo dalle risorse disponibili reimmettendole nel ciclo produttivo, quindi ri-usandole invece di eliminarle, nel concetto di un’economia pensata per potersi rigenerare da sola.

Ci sono anche gli aspetti legati alla promozione di un sistema della cultura e del turismo di qualità basato sull’utilizzo massiccio delle infrastrutture di rete e su servizi avanzati, che valorizzi i numerosissimi talenti che già operano sul territorio e ne attragga da tutto il mondo: è un altro dei fattori di sviluppo nel campo dell’Economia Digitale. La costa prima, e la Toscana poi, hanno la possibilità di diventare un luogo privilegiato in cui arte, storia, letteratura, buona alimentazione, qualità della vita, si coniughino con nuovi approcci multimediali e innovativi e trasformino l’area in un luogo per nuove modalità di espressione per gli artisti e le persone di cultura provenienti da tutto il mondo, anche in questo caso promuovendo la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso la robotica.

E il lavoro? Da più parti si lamenta il rischio (o meglio la paura) che il robot sostituisca l'uomo e che anche in caso di una economia favorevole l’occupazione possa tendere a diminuire ulteriormente.

“Nessuno può fare previsioni sicure su questo tema cruciale: né coloro che hanno aspettative positive, né coloro che hanno convinzioni negative. Si possono solo fare deduzioni e ipotesi, basate anche sull’esperienza passata”, sostiene il prof. Paolo Dario, direttore dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna, in un’intervista per Toscana 24, parlando della “storia che si ripete”, ovvero della differenza del ruolo dei lavoratori tra la prima rivoluzione industriale e oggi, alla quarta.

L' effetto iniziale della prima Rivoluzione Industriale è stato una riqualificazione su larga scala del lavoro operaio, sostiene il prof. Dario, e coloro che lavoravano nelle fabbriche non erano più artigiani, erano diventati operai salariati, che non avevano più la proprietà degli strumenti di lavoro, ma lavoravano per un salario su macchinari di non propria appartenenza. Nel lungo periodo e in modo non quantificabile o in un certo senso prevedibile, i radicali cambiamenti portati dall'industrializzazione si sono tradotti in un aumento della popolazione, dapprima concentrata prevalentemente nelle città, dove tutti in modo capillare godevano di salari più alti e di un generale maggiore benessere. Ci sono volute però parecchie generazioni perché questo fosse materialmente percepito.

Lo sviluppo e l’ampia diffusione della robotica, sempre più poderosa e preponderante rispetto alla pletora delle nuove tecnologie, sembra possa ripercorrere il fenomeno degli effetti dell’industrializzazione, nella visione del prof. Dario. Le nuove sfide socio-economiche da affrontare sono oggi quelle di garantire una maggiore efficienza e competitività dei processi produttivi, la prevenzione del rischio, l'impatto ambientale, la cybersecurity, una sempre maggiore e migliore assistenza all’uomo nel campo della salute e nei suoi compiti gravosi attraverso l’impiego di sistemi robotici collaborativi e connessi progettati per collaborare con l'operaio, allo scopo di tutelare ma soprattutto di incentivare e creare occupazione. Si tratta di un cambio di paradigma che implica concezioni nuove e assolutamente “breaktrough” sulla visione di robotica industriale e su quella di lavoro.

“Lo sviluppo e l’ampia diffusione della robotica e della intelligenza artificiale determineranno indubbiamente un cambio di paradigma. Personalmente sono convinto che l’unica chance che abbiamo di non subire gravi danni da questa rivoluzione, soprattutto nel breve periodo, sia quella di scommettere su questi nuovi fattori della produzione e diventare noi quelli che li progettano, li sviluppano, li fabbricano e li vendono, piuttosto che attendere e esserne solo utilizzatori e acquirenti. Quello che è avvenuto e sta avvenendo in Europa in settori industriali e dei servizi nei quali abbiamo lasciato piena leadership a paesi come gli USA e la Cina (solo per citarne alcuni: la telefonia, il web, l’e-commerce, il car-sharing, ecc.) dovrebbe servire da lezione: piuttosto che lamentarsi e temere il futuro, dobbiamo credere in esso e diventare protagonisti”, continua Dario.

Una vita migliore per tutti è sempre possibile, e la tecnologia può aiutarci in questo.



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