Cosa la politica può davvero dare alla ricerca

Cosa la politica può davvero dare alla ricerca
 ricercatori - agf

Ripercorrendo il ruolo tra scienza e politica vado subito con la mente a corsi e ricorsi storici e mi accorgo che i principi su cui discutiamo oggi sembrano gli stessi sin dall’epoca di Volterra, epoca pervasa da un clima generale di euforia scientifica nel modernizzare le attività culturali scientifiche e quelle imprenditoriali del paese. C’era però, già allora, un’aggravante: appena la politica entrava nella scienza con visione verticistica e decisionale, l’euforia si perdeva nel nulla. Mussolini, infatti, sollevò dall’incarico Volterra. 

Il Progetto Volterra era molto ambizioso e lungimirante, prevedeva un’agenzia che finanziasse la ricerca nazionale ed internazionale, come un ente pubblico interdisciplinare e autonomo, incubatore di nuove iniziative. Tra queste, a titolo di esempio, la nascita dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). Già, quindi, a quell’epoca, negli anni ‘20 del secolo scorso, si parlava di incubatore, parola che invece a molti sembra essere stata coniata nella nostra epoca! Ovvero, con Volterra si sono gettate le basi per la nascita di un’idea di ricerca che ancora oggi è attuale. Al punto che, oggi sorprende vedere che sempre ai tempi del fondatore dell’attuale Consiglio Nazionale delle Ricerche si parlava anche delle tre missioni di cui tanto si parla oggi: ricerca, formazione e innovazione. Anche più tardi, dopo la guerra, negli anni sessanta, Edoardo Amaldi da presidente dell’INFN, aveva una particolare attenzione per la ricerca di base e la riteneva già fondamentale per quella applicata, e Giovanni Polvani, da Presidente del Consiglio Nazionale della ricerca(Cnr), apriva ai progetti speciali che sono gli antesignani dei progetti finalizzati

Oggi abbiamo chiaro che la ricerca di base, non solo scientifica, ma anche umanistica e che diventa applicata, per essere di successo e per essere innovativa, deve essere interdisciplinare. “Non c’è ricerca applicata, ci sono solo applicazioni della ricerca fondamentale” diceva Louis Pasteur. E ancora, il filologo Giorgio Pasquali, nella prima metà del novecento, diceva “non esistono discipline ma problemi”. Io ho creduto ed investito già da studentessa universitaria all’interdisciplinarietà tra saperi diversi. La ricerca più innovativa si svolge infatti al confine tra discipline differenti che devono dialogare e riversarsi l’una nell’altra. In questo modo, nel mercato, andranno i risultati rigorosi, nati dagli approfondimenti della ricerca di base che vengono poi utilizzati nella ricerca applicata.

Oggi, questa interdisciplinarietà, che ci allontana dall’individualismo e dall’autoreferenzialità, deve ancor di più oltrepassare i confini della conoscenza di ciò che si fa nelle imprese e nel mondo imprenditoriale in genere. Se riusciamo ad avere una visione d’insieme scientifica, innovativa e comunitaria, e la trasmettiamo ai giovani, li proietteremo nel mondo futuro con senso critico (attraverso la formazione e la ricerca) e creativo (attraverso l’innovazione e lo sviluppo della conoscenza). Il paese ne avrebbe un gran beneficio. Ricordo sempre a me stessa e agli altri, che noi scienziati svolgiamo in questa società un ruolo importante, non soltanto per aumentare la conoscenza, per migliorare le condizioni di vita e di salute, ma anche, dal punto di vista umano, per il continuo e costruttivo confronto che abbiamo con persone di diversa formazione. Il problema è – e mi torna ancora una volta in mente Volterra - la continua assenza di una visione d’insieme, sia interna sia esterna, e che ancora oggi manca nel mondo della ricerca gestito dalla politica.

Volterra aveva questa visione tant’è che diceva che bisognava “accogliere sforzi comuni, coordinare le singole e diverse imprese, permettere il dibattito interno ed esterno”; ma l’intromissione della politica, come dicevamo, fece disperdere questa visione.  Noi, nelle Università, ma anche nei centri di ricerca, sentiamo molto l’assenza di una visione d’insieme, e le settorializzazioni eccessive, insieme alla burocratizzazione estenuante, fanno perdere del tutto l’entusiasmo: per esempio, la divisione in settori disciplinari dentro i quali si fa carriera e dentro i quali si muovono i corsi di laurea, può limitare la voglia dei giovani di andare verso l’interdisciplinarietà. In passato mancavano gli strumenti, oggi li abbiamo, bisogna solo crederci ed investire di più, senza restare in compartimenti stagni ma aprendosi ad un’unica missione, quella di essere come un unico contenitore a vasi comunicanti. Oggi, non si fa più nulla da soli, ma si lavora in squadra, enti, università, imprese, cittadini. I problemi si risolvono unendo le forze, non vivendo chiusi nei vari laboratori, ma condividendo i risultati della ricerca anche con i non addetti ai lavori; la gente comune non sa cosa si fa nei nostri laboratori, ma se lo sapesse ne sarebbe entusiasta, darebbe perfino il suo contributo culturale richiedendo risposte a diverse domande, incuriosendosi come avviene spesso nei dibattiti divulgativi. È anche questo trasferimento della conoscenza.

Infine, pur avendo una visione d’insieme, c’è un altro aspetto da non sottovalutare, la finestra temporale tra il mondo della ricerca e quello dell’impresa che batte tempi veloci. La ricerca ha i suoi tempi, oltre che i suoi costi, e i tempi vanno tutelati a scapito di cattivi risultati e cattiva formazione. Oggi abbiamo talmente tanti strumenti ultra veloci che si possono certamente soddisfare queste richieste ma, per ogni strumento, ci vuole il personale qualificato, ed è questo il vero problema che porta ad un rallentamento nella produzione dei risultati. La discontinuità nei finanziamenti per la ricerca e per il suo personale, che porta ad un esodo delle nuove generazioni, si traduce in un danno economico-funzionale per il paese, che va fermato.