Nessun allarme per il virus del West Nile, ma la migliore arma è la prevenzione

I contagi sono aumentati, ma non si tratta di numeri eccezionali. Ad ogni modo, attenti anziani e immunocompressi

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 (Afp)
 Zanzara Tigre

Come indicato dal bollettino del servizio di sorveglianza nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità, da giugno ad agosto 2018, nell'Italia settentrionale sono stati confermati 48 casi di malattia da virus del Nilo Occidentale (West Nile virus, WNV). I focolai più intensi si sono registrati in Emilia-Romagna e Veneto.

Non si tratta però di numeri eccezionali. Nel 2013, 2015 e 2016 si erano registrati, rispettivamente, 45, 38 e 41 casi. Tuttavia quest’anno si è assistito ad un inizio anticipato dell’attività del virus con un picco nel mese di luglio superiore a quello degli anni passati.

Il virus ora si può considerare autoctono, e non è più importato 

Questi casi di malattia da West Nile sono autoctoni, ovvero dovuti al virus circolante in Italia e non importato da viaggiatori al loro rientro, come accade ogni anno, ad esempio, per virus come Dengue o Chikungunya​.
Il virus West Nile, come suggerisce il nome, non è originario dei nostri paesi. E’ stato isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, ma circola ormai anche in Asia, Australia, America ed Europa. I primi focolai importanti di infezione nell’uomo in Europa e negli Stati Uniti si sono registrati nella seconda metà degli anni 1990. In Italia si è iniziato a rilevarlo agli inizi degli anni 2000.

Ma negli uomini il virus non persiste

L'ecologia del virus è abbastanza complessa: il serbatoio naturale del virus sono numerose specie di uccelli selvatici, sia migratori che stanziali. Tuttavia West Nile non si trasmette direttamente da un individuo infetto all’altro, ma necessita di un vettore, che è rappresentato principalmente dalle zanzare del genere Culex (in particolare Culex pipiens), ma anche da Aedes albopictus (la zanzara tigre).

Queste zanzare sono presenti sia in ambiente silvano, dove possono acquisire il virus attraverso il pasto con il sangue di un uccello infetto, sia in ambiente urbano, dove possono trasmettere il virus all’uomo, ma anche ad altri mammiferi come cavalli, cani e gatti. Al di fuori degli uccelli, però, gli altri animali, uomo incluso, sono ospiti occasionali, in cui il virus non persiste e quindi non fungono da serbatoi naturali.

Non esistono vaccini, si può solo fare prevenzione

Dal 2013 a oggi, la sorveglianza veterinaria ha dimostrato la presenza del virus West Nile in diverse specie di uccelli stanziali in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, quali gazza e cornacchia grigia, spesso presenti anche in aree urbane, e ghiandaia. Ma anche in specie selvatiche migratorie quali storno, rondine, rondone, merlo. Quindi, la contemporanea presenza di serbatoi naturali (uccelli) e vettori (zanzare) fa sì che West Nile circoli nel nostro paese, causando ogni anno focolai di infezione, soprattutto nel periodo tra giugno e ottobre, coincidente con la massima attività delle zanzare e la maggiore densità sul territorio delle specie avicole serbatoio.

Il virus infatti non si trasmette direttamente da uomo a uomo o da animale a uomo, ma necessita sempre della zanzara vettore. Non esistono farmaci né vaccini, per cui la migliore arma è la prevenzione, ovvero difendersi dal morso delle zanzare.

A rischio anziani e soggetti immunocompressi

Va però anche ricordato che l’infezione da virus West Nile decorre in maniera asintomatica in circa l’80% dei casi. Nel restante 20% i sintomi sono generalmente di media entità: febbre, mal di testa, vomito, rash cutaneo, dolori muscolari. Solo in circa un caso su 100 si possono avere manifestazioni neurologiche gravi che nell’anziano e negli individui immunocompromessi possono anche essere letali (in circa un caso su 1000).

 



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