C'è un legame tra la carenza di vitamina D e l'autismo?

Uno studio australiano dimostra una connessione tra la scarsa assunzione in gravidanza e allattamento e problemi nelle relazioni sociali

C'è un legame tra la carenza di vitamina D e l'autismo?
Sebastian Gollnow / DPA 
 Autismo

Un gruppo di ricercatori della The University of Western Australia di Perth, capitale dell’Australia occidentale, ha dimostrato nei roditori come la mancata assunzione alimentare di vitamina D durante la gravidanza e l’allattamento espone la prole ai danni di una precoce e  grave carenza di vitamina D. Questo deficit nutrizionale ereditato dalle madri causa una riduzione del comportamento sociale, una significativa compromissione delle capacità di apprendimento e della memoria nei figli, sebbene i comportamenti affettivi restino inalterati.

Nonostante l’associazione tra ipovitaminosi D e autismo affascini la comunità scientifica internazionale dal 1993, lo studio attuale rivela, per la prima volta, l’esistenza di una stretta relazione tra i bassi livelli ematici di vitamina D e l’alterata espressione di specifici geni coinvolti nella fisiologica attività neurotrofica della dopamina e dei glucocorticoidi.

Questo studio, quindi, è l’ennesima dimostrazione scientifica che alcuni micronutrienti, come la vitamina D, siano efficaci regolatori della trascrizione di geni essenziali in cellule difficili da rigenerare, come quelle del Sistema Nervoso Centrale. Alcuni potrebbero avere qualcosa da obiettare sull’attendibilità di un dato prodotto in un animale di piccola taglia esposto agli effetti tossici di una dieta innaturale ovvero senza vitamina D. Tuttavia, nel 2017, alcuni ricercatori di nazionalità cinese avevano già dimostrato, sempre nei roditori, che l’integrazione, subito dopo la nascita, di Vitamina D3 (80.000 UI/kg) riduce la comparsa di disturbi comportamentali riprodotti in un diverso modello sperimentale di autismo.

Lo studio australiano condotto a Perth e pubblicato dallo Journal of Endocrinology, rivista della britannica Society for Endocrinology, descrive un meccanismo di tipo trascrizionale alla base dei danni da carenza gestazionale di vitamina D3 (meno di 25 nmol l-1 di 25-OH-VitD3), già osservati nell’uomo grazie ad uno studio clinico pubblicato nel 2017 dal prestigioso  British Journal of Psychiatry Open, la rivista ufficiale del Royal College of Psychiatrists. Lo studio aveva osservato che dei 4.334 neonati olandesi di madri affette da ipovitaminosi D, già dalla 20esima settimana di gestazione, ben 68 bambini, all’età di 6 anni, manifestavano i chiari segni dei disturbi dello spettro autistico, come i comportamenti stereotipati e i deficit nelle relazioni sociali

Ma è mai possibile che basti così poco per causare un danno così grande? E senza dover ricorrere ai non dimostrabili complottismi di un romanzo giallo? 

L’importanza vitale della vitamina D balza alle cronache nei primi anni del ’900, quando il Dr. Kurt Huldschinsky, un giovane pediatra polacco di origini ebraiche, intuisce che la semplice esposizione della pelle al sole è un rimedio efficace contro il rachitismo, malattia del metabolismo osseo causata da un prolungato deficit di calcio durante l’infanzia e l’adolescenza.  Con il termine vitamina D s’intende un gruppo di 5 isoforme di provitamina liposolubile, tra cui spiccano: 1) la vitamina D2 o ergocalciferolo, assunta dall’uomo solo con l’ingestione di vegetali, prodotta con l’ irraggiamento solare dell’ ergosterolo, un fitosterolo abbondante nei funghi, come la segale cornuta, e nelle alghe; 2) la vitamina D3 o colecalciferolo, origina dall’irraggiamento solare del 7-deidrocolesterolo cutaneo e la sua attivazione si completa per idrossilazione a livello renale, con la formazione di calcitriolo.  Il calcitriolo determina un aumentato assorbimento intestinale di calcio e la mobilitazione di calcio e fosfati nell'osso.

Il fabbisogno giornaliero di vitamina D è pari a 400UI, ed aumenta a 600UI durante la gravidanza in assenza di deficit. Un’adeguata esposizione della pelle al sole è sufficiente a garantire l’80% del fabbisogno di vitamina D3 attivata; mentre, il restante 10-20% può essere garantito con l’ingestione di pesce e dei suoi olii (ad esempio l’ antico olio di fegato di merluzzo), di uova, latte, burro, funghi e alghe. La vitamina D ingerita tende ad accumularsi nel tessuto adiposo e da qui è rilasciata gradualmente nel tempo, così garantendo il mantenimento di livelli adeguati di calcio nel sangue, minerale che sembrerebbe essere sempre più coinvolto nella regolazione di vie molecolari intracellulari cruciali per la maturità funzionale dei circuiti neuronali.

Sebbene sia ben noto che alcuni bambini con autismo presentino bassi livelli sierici di vitamina D3 attivata e la somministrazione giornaliera per 4 mesi di vitamina D3 (300 UI/kg) migliori i sintomi e i segni autistici nei bambini, non è detto che una donna gravida con bassi livelli di 25-OH-VitD3 genererà necessariamente figli con disturbi dello spettro dell’autismo, soprattutto in assenza di un genotipo predisponente all’insorgenza della malattia indotta da carenze alimentari di vitamina D3.

Non dimentichiamo, infine, che è facile ridurre l’incidenza di disturbi dello spettro autistico da mancanza di vitamina D3 attraverso una corretta esposizione ai raggi ultravioletti del sole (elioterapia) e a un controllato arricchimento della dieta con sorgenti naturali di vitamina D, come merluzzi, trote e salmoni, soprattutto durante i mesi invernali.

E’ sempre la solita storia: i benefici degli alimenti si disprezzano quando si possiedono sicuramente, e si apprezzano quando sono perduti o si corre il pericolo di perderli per sempre.

 

 



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