Come può un atleta morire di infarto a ventitré anni

Il caso del ciclista belga Michael Goolaerts è solo l'ultimo di un'amara serie

Come può un atleta morire di infarto a ventitré anni

Si chiamava Michael Goolaerts, il ventitreenne ciclista belga della squadra Vérandas Willems-Crelan morto a causa di un infarto sopraggiunto durante la Parigi-Roubaix, a 125 Km dal
traguardo. Goolaerts è l’ultimo di un’amara serie di giovani morti nel ciclismo professionistico, senza contare tutti i dilettanti o amatori che potrebbero aver subito la stessa sorte e non ricordati dai giornali locali, fatta qualche eccezione. E non voglio riferirmi alle numerose morti causate da incidenti stradali, bensì a quelle dovute a un improvviso arresto cardiaco, a causa dell’insorgenza di un’aritmia letale o per la completa occlusione di una coronaria (vaso arterioso che ossigena e nutre il nostro cuore).

È plausibile che dietro la caduta letale di un ciclista a seguito della perdita di controllo della bicicletta, durante una tappa del Giro d’Italia o della Vuelta spagnola o del Tour de France, oppure di un’Olimpiade, possa nascondersi un arresto cardiaco piuttosto che la “sfortuna”. A oggi, tante sono le morti raccontate a causa di un generico malore, ma pochissime sono quelle in cui è stato accertato un arresto cardiaco, dal britannico Tommy Simpson (1967) al ventidueenne belga Daan Myngheer (2016). Un caso, quindi?

Le sostanze che possono uccidere

La morte del giovane Goolaerts sorprende tutti perché avviene in un settore sportivo che lotta contro la cultura velenosa del doping, grazie ad esigenti controlli medici, severamente regolamentati alla presenza di veri assedi mediatici. È sufficiente un uso, anche occasionale, di farmaci per causare un infarto acuto del miocardio, come le anfetamine e la cocaina che riducono il senso della fatica e possono causare vasospasmi coronarici fino all’arresto cardiaco, maggiormente se lo sportivo è esposto a basse temperature ambientali; come il salbutamolo, farmaco prescritto per trattare l’asma allergico e in grado di mimare gli effetti dei classici anabolizzanti (ad esempio il testosterone ed il nandrolone) se assunto a lungo termine. Infine l’eritropoietina, o i suoi analoghi (ad esempio il CERA o il NESP), o i suoi induttori (ad esempio la terapia ipobarica), aumentano il numero dei globuli rossi circolanti, deputati al trasporto di ossigeno ai muscoli, fino a rendere il sangue così viscoso (oltre il 50% di ematocrito) da circolare lentamente nelle coronarie e favorire le trombosi.

Tuttavia, in assenza di approcci dopanti, è ben noto che chi pratica il ciclismo vive più a lungo perchè riduce l’insorgenza di malattie cardiovascolari e di cancro. Un ciclista, giovane e sano, se ben allenato, durante un attento monitoraggio dei parametri cardiovascolari, e ben alimentato si adatta bene allo sforzo, sviluppando la potenza muscolare massima richiesta per vincere una competizione agonistica in sicurezza, riuscendo a bilanciare la spinta tra le due gambe, nonché il tempo di spinta-recupero, senza alterare la frequenza cardiaca. E non bisogna ricorrere a ricercate tecnologie, ma basterebbe il semplice monitoraggio della frequenza cardiaca per valutare se il ciclista è stato sottoposto a un allenamento eccessivo per il suo fisico.

Le spie della vulnerabilità

È noto da qualche tempo che i cambi della frequenza cardiaca aiutano a rivelare lo stato di salute di un ciclista dopo un allenamento o una gara, o a determinare l'intensità dell'allenamento cui è stato sottoposto, maggiormente in associazione con il dosaggio dei lattati nel sangue e il monitoraggio del consumo di ossigeno, che aumentano durante uno sforzo massimale prolungato. La frequenza cardiaca massima e quella submassimale si riducono durante uno sforzo eccessivo, mentre entrambe possono aumentare durante il riposo e, in particolare, durante il sonno (J Sports Sci. 1998 Jan;16 Suppl:S91-9.).

L’insorgenza di un infarto in chi pratica sport di resistenza (come il ciclismo) è di solito dovuta a malattie cardiache preesistenti, come anomalie anatomiche delle coronarie, oppure a una misconosciuta predisposizione genetica ad aritmie ventricolari maligne. Ma se si esclude ciò, sebbene gli studi siano ancora troppo pochi, l’insorgenza di eventi cardiaci mortali in atleti ben allenati è notoriamente molto bassa, anche durante e dopo sforzi particolarmente intensi. Questo perché il cuore di atleti, come i ciclisti professionisti, pur diventando più grosso di quello dei
maratoneti, continua a funzionare correttamente (Int J Cardiovasc Imaging. 2004 Feb; 20(1):19-26). E allora, perché ciclisti professionisti, come Michael Goolaerts, restano vittime di un infarto?



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