Vi presento Alphonso, che ci ascolta dai nostri telefonini

Bella la riflessione in corso sulla dipendenza da iPhone di bambini e adulti. Ma perché porti a qualcosa serve finalmente un po' di sincerità: per esempio sui software, celati in oltre mille app di giochi, che ci "spiano" a nostra insaputa

Vi presento Alphonso, che ci ascolta dai nostri telefonini

Si è aperto un interessante dibattito sui telefonini: per capire se e quanto creano dipendenza e possono fare dei danni. Interessante perchè non è condotto da qualche parruccone oscurantista che vorrebbe tornare al telegrafo o alle lettere con i sigilli di ceralacca dell’Illuminismo. La prima mossa l’hanno fanna due importanti azionisti di Apple (detengono circa due miliardi di dollari in azioni), noti per alcune battaglie sui diritti civili. In una lettera aperta hanno chiesto alla Apple di fare qualcosa di concreto sul tema della dipendenza dei bambini dall’iPhone, offrendo ai genitori degli strumenti per intervenire. Il giorno dopo è intervenuto Tony Fadell che non sarà un nome noto in Italia ma in Silicon Valley è una star: è l’uomo che ha inventato l’iPod, cambiando il modo in cui sentiamo la musica; era al fianco di Steve Jobs nella foto ufficiale del primo iPhone undici anni fa prima di mettersi a fare termostati intelligenti di un certo valore. E insomma Fadell ha detto che non solo la Apple, ma anche Google - che detiene il sistema operativo per telefonini che va per la maggiore, Android - devono fare qualcosa per la dipendenza anche degli adulti, e che se sono stati così bravi da creare oggetti da cui è difficile separarsi, possono trovare il modo di far sì che lo smartphone non diventi una malattia (o magari diventi una causa di incidenti stradali, come purtroppo indicano tante statistiche). 
La Apple ha risposto, in pieno stile Apple, dicendo che ha i bambini nel cuore, che li ha sempre tutelati e sempre lo farà. Immagino che Google dirà lo stesso. E che si dimenticheranno di parlarci di Alphonso. Alphonso è un software presente in circa mille app di ogni tipo, spesso giochi, a volte anche per bambini, che trasforma il nostro telefonino in un microfono che ascolta quello che succede e lo inserisce in una banca dati dove viene analizzato (qui lo spiega bene il New York Times). Lo scopo dichiarato è scoprire quali programmi tv stiamo guardando e quindi quali spot, per poter fare pubblicità migliori. Ma è davvero inquietante il fatto che tu scarichi una app per fare i puzzle o pescare pesci rossi digitali e intanto quella trasforma il tuo telefonino in una spia. Ed è possibile che Alphonso - che non è l’unica startup ad avere sviluppato software con questo scopo - si limiti a individuare anonimamente gli spot tv che guardiamo, come dichiara, ma la tecnologia consente molto di più, è evidente (e infatti Alphonso viene usato anche per individuare i film che guardiamo al cinema e riconoscere la musica che ascoltiamo, in virtù di un accordo con la app Shazam, recentemente comprata da Apple). Insomma mi pare acclarato che è possibile trasformare il nostro telefonino in un microfono che ci ascolta, per farci cosa lo stiamo invece ancora scoprendo.
Per esempio vi è mai successo di nominare una persona e vedervela magicamente proposta come amico da Facebook? Ora forse c’è una spiegazione: non era magia, era tecnologia. Insomma credo che sia arrivato il tempo di avviare una riflessione seria e finalmente sincera su cosa ci fanno davvero i nostri smartphone.

 


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