Steve Jobs, il figlio del migrante siriano

Nei giorni del bando di Trump ai rifugiati, la storia dei natali del fondatore di Apple e Pixar ci ricorda che gli Stati Uniti sono nati sull'immigrazione e la fortuna della Silicon Valley è stata l'incontro di culture diverse

Steve Jobs, il figlio del migrante siriano

Mentre il mondo discute l’ultima follia di Donald Trump, il bando a rifugiati e migranti che tra le altre cose blocca l’immigrazione dalla Siria a data da destinarsi, è bene ricordare la storia di un immigrato siriano poco noto ma molto importante. Si chiama Abdul Fattah Jandali, è nato 86 anni fa a Homs, in Siria, una delle tante città devastate dalla guerra. Il padre era un uomo molto ricco e autoritario che quando il figlio espresse il desiderio di studiare legge a Damasco, gli disse che in Siria c’erano già abbastanza avvocati. Ma Jandali non si arrese e andò a studiare in Libano, quando il Libano era un paradiso in terra; poi ci fu una rivolta che costrinse alle dimissioni il capo dello Stato e Jandali volò a New York. Lì ha continuato con successo gli studi e in una università ha conosciuto una ragazza cattolica di origini tedesche, Joanne Carole Schieble, ne è nato un amore e presto un bambino. Era il 24 febbraio del 1955 e quel bambino diventerà Steve Jobs, creerà la Apple e la Pixar e cambierà il mondo. Il nostro. Lo renderà migliore. Jandali, che oggi pare diriga ancora un casino nel Nevada, è stato solo il padre biologico di Steve, perché quel bambino venne di fatto abbandonato e adottato dai coniugi Jobs. Ma resta la storia, di immenso valore in questi tempi, del figlio del migrante siriano che fonda quella che diventerà la stella più brillante della Silicon Valley e l’azienda di maggior valore a Wall Street. Già un anno fa se ne era parlato, quando per la guerra in Siria l’esodo da quel paese era diventato drammatico: ne è rimasto un segno su un muro a Calais, in Francia, dove Jobs è ritratto da Bansky come un migrante che scappa con un sacco e un computer. Ma oggi non si può fare a meno di ribadirlo. Di ricordare che gli Stati Uniti nascono grazie ai migranti, anche italiani. E che la Silicon Valley è il motore dell’innovazione mondiale perché da sempre è un incontro di razze e culture diverse. Perché anche in tempi così difficili un futuro migliore passa dalla costruzione di ponti e non di muri.