Perché dopo Leonardo da Vinci arrivarono i populisti

Secondo l'autore di 'Age of Discovery', Ian Goldlin, la rivoluzione digitale sarebbe come il Rinascimento, e la Silicon Valley come la Firenze dei Medici in cui Leonardo mosse i primi passi. A 500 anni di distanza, tre paralleli tra il mondo del Genio toscano e quello nostro di oggi

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PHILIPPE WOJAZER / X00303 / AFP
Mattarella e Macron ad Amboise, dove è sepolto Leonardo Da Vinci

Cinquecento anni fa moriva uno dei più grandi innovatori di tutti i tempi: Leonardo da Vinci. Nel pomeriggio i presidenti Mattarella e Macron sono stati nella valle della Loira dove il genio italiano visse gli ultimi giorni della sua vita e dove c’è la sua tomba. E io sono andato a riprendermi “Age of Discovery”, il libro pubblicato un anno e mezzo fa da un professore di Oxford, Ian Goldlin, che ha ricavato tre sorprendenti paralleli fra il mondo di Leonardo e il nostro.

Secondo la tesi di Goldlin (ribadita anche qui sul Financial Times di qualche giorno fa), la rivoluzione digitale sarebbe come il Rinascimento e la Silicon Valley sarebbe come la Firenze dei Medici in cui Leonardo mosse i primi passi quale apprendista del Verrocchio.

Mattarella e Macron ad Amboise (PHILIPPE WOJAZER / X00303 / AFP)


Il primo parallelo è quindi fra Firenze e la Silicon Valley: la città dei Medici era popolata di mercanti, gli odierni imprenditori, e banchieri, l’equivalente dei venture capitalist che finanziano le startup. Ed era soprattutto una città multietnica, dove cristiani, ebrei e musulmani vivevano e collaboravano, esattamente come oggi nelle capitali dell’innovazione incontri persone di ogni angolo del mondo. Il contrario dei muri e dei porti chiusi, insomma.

Il secondo parallelo riguarda il ruolo delle informazioni: nel 1450, due anni prima della nascita di Leonardo, l’orafo tedesco Gutenberg, uno  startupper ante litteram, aveva inventato la stampa a caratteri mobili e ci aveva costruito una impresa. Fu una rivoluzione con un impatto paragonabile solo all’arrivo di Internet: quando Leonardo compì 18 anni erano già stati stampati 15 milioni di libri, più di quelli che tutti gli scribi europei avevano scritto a mano nei precedenti 1500 anni (la media di 750 mila libri l’anno stampati nel XVI secolo fa una certa impressione in effetti).

Questo consentì alle informazioni di viaggiare e diffondersi come mai era accaduto prima. Ma anche di alimentare il populismo. E veniamo al terzo parallelismo. Infatti la globalizzazione del Rinascimento (con i primi veri esempi di commercio internazionale) aveva finito per creare immense ricchezze per pochi e profonde delusioni per gli altri. La diseguaglianza si sa è il motore dello scontento e della rabbia sociale che, grazie alla stampa di pamphlet politici, divenne il terreno ideale per abbattere le caste dell’epoca. Un meccanismo che ci sembra di conoscere.

Purtroppo però in questo modo il Rinascimento finì: Giordano Bruno, un filosofo che parlava dell’infinità dell’’universo, venne bruciato vivo a Campo dei Fiori a Roma; e Galileo Galilei venne costretto ad abiurare la famosa frase “eppur si muove” riferita al moto della Terra attorno al Sole.

La scienza aveva perso e noi tutti con lei. Meglio ricordarselo.



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