La post-verità di The Startup

C'erano decine di storie migliori per raccontare gli startupper italiani. Ma tanta acrimonia preventiva per la vicenda di Matteo Achilli è esagerata. Perché il film di D'Alatri potrebbe comunque svolgere una funzione importante

La post-verità di The Startup

Arriva il 6 aprile nelle sale un film che parla di startup. Di una startup italiana. Lo firma un regista di classe come Alessandro D’Alatri, e lo distribuisce un colosso come la 01 di Rai Cinema. Insomma detta così è una gran bella notizia. Lo dico essendo uno dei primi in Italia ad essersi occupato di startup dal 2009, quando fondai Wired Italia, e poi, dal 2012, con StartupItalia!. Ricordo che a quei tempi si discuteva di come si dovesse scrivere la parola startup, col trattino o senza, maiuscolo o minuscolo. Erano gli albori. E le storie di quei ragazzi che si inventano un lavoro invece di cercarlo non interessavano nessuno. Ora è cambiato tutto. L’Italia ha una buona legislazione, un registro di oltre seimila startup (anche se non tutte lo sono davvero, molte sono solo imprese nuove e basta, non hanno la caratteristica di poter scalare in fretta, meglio dirselo per evitare altre leggende metropolitane); infine c’è una rete di acceleratori e incubatori diffusa sul territorio. Mancano i soldi dei venture capitalist, ma intanto è cambiato l’interesse dei media: sui giornali le storie degli startupper di successo sono diventate un classico che tira. E questo non è un male se contribuisce a far crescere l’ecosistema e non si riduce a creare dei supereroi da macchietta e senza soldi per crescere.

Esce il primo film dedicato ad una startup italiana eppure ancora prima di vederlo è stato accolto malissimo dalla cosiddetta community degli startupper. Non solo per la solita invidia italica che ci porta a denigrare chi si dà da fare piuttosto che arrendersi. Ma perché “è tratto da una storia vera”, e la storia è quella di Matteo Achilli, fondatore di Egomnia. Ed Egomnia non è una storia di successo, è soltanto una piccola società informatica con sede a Matera e numeri di fatturato piccoli piccoli, il cui fondatore ha avuto però il merito di raccontarsi bene e finire in copertina su un settimanale nel 2012. “Lo Zuckerberg italiano”, lo definirono e da lì è stato un crescendo: altri giornali, tv, siti internazionali, persino la BBC. Una iperbole dopo l’altra. Peccato che nel frattempo Egomnia non sia cresciuta altrettanto in fretta. Il clamore mediatico non è colpa sua, sia chiaro. Lui lo ha cavalcato benissimo però. A noi giornalisti sarebbe bastato poco per verificare i numeri reali di Egomnia (fatturato, margine operativo); oppure il fatto che è vero che in paio di occasioni Vodafone e Microsoft hanno testato i suoi servizi (un algoritmo che aiuta a scegliere i migliori candidati da assumere); ma da qui a considerarli dei clienti di Egomnia ce ne passa. Bastava poco, qualcuno lo ha fatto, ma è stato ignorato. Perché?

Oggi finalmente con tutto il dibattito sulle “fake news” è chiaro perché le cose sono andate così: crediamo alle cose che ci piacciono a prescindere dal fatto che siano vere. Egomnia è un esempio perfetto di post verità: qualcosa di verosimile a cui tutti credono. Intendiamoci, D’Alatri ha ragione: Achilli non fa rubato, non ha truffato, e non ha usato soldi pubblici. Tanta acrimonia è esagerata. Ok. Ma valeva la pena di farci un film? C’erano almeno una decina di storie migliori di ragazzi che sono partiti in uno scantinato e hanno avuto grande successo. Storie bellissime. E vere. Ma va anche detto che un film non è la classifica delle migliori startup italiane. E’ una storia e basta. E la storia di Matteo Achilli, che parte dalla periferia romana di Corviale per provare a creare qualcosa di bello con il digitale, ha gli ingredienti della “bella storia”. E’ questo che ha colpito prima Luca Barbareschi, che ha commissionato la sceneggiatura già nel 2012, e poi Alessandro D’Alatri, che ha girato il film. Ospiti di #vivalitalia (qui il video integrale), mi hanno detto: noi non siamo Equitalia o l’Agenzia delle Entrate, a noi non interessano i bilanci ma la forza di una storia. Il che in linea di principio è giusto. A patto di non dire che stiamo raccontando una storia di successo. The Startup non è The Social Network, che racconta la nascita di Facebook; o The Founder, che racconta gli inizi di McDonald. Siamo su un altro pianeta e non perché siamo in Italia: la Olivetti e la Ferrari per fare due esempi fra tantissimi, sono appunto su un altro pianeta. Egomnia è, lo ripeto, una storia, magari socialmente bella, ma piccola piccola se la misuriamo con le metriche del business.

Ciò detto, i soldi non sono l’unico ingrediente per giudicare le cose. E allora va aggiunto che The Startup, oltre al valore del film in sé, potrebbe svolgere una funzione sociale importante a prescindere in questa Italia di rassegnati. Di tutta la storia di Egomnia, infatti, fotografa solo l’inizio, il primo anno: il momento, delicatissimo, per milioni di ragazzi, in cui si esce dal liceo e si diventa grandi e il mondo delle porte chiuse può far paura. Ecco, credo che, aldilà del futuro di Matteo Achilli, al quale auguriamo buona fortuna, la visione di The Startup possa aiutare molti ragazzi a non arrendersi e provare ad aprire quelle porte.