In difesa di Butac

Da venerdì 6 aprile un sito web che dal 2013 si occupa di smascherare bufale è sotto sequestro preventivo per un post, contestato, su un oncologo che pratica la medicina olistica. Ma si può chiudere un sito in questo modo e con queste motivazioni?

C’è un paese dove per via di un articolo contestato un magistrato ha sequestrato un intero sito web. C’è un paese dove è successo davvero, venerdì scorso, e il sito è ancora bloccato, inaccessibile. E il paese non è l’Ungheria di Orban o la Turchia di Erdogan ma l’Italia di Gentiloni, o se preferite l’Italia di Salvini e Di Maio. Comunque un paese di lunga e consolidata tradizione democratica, dove non chiudi un giornale o un sito per un singolo articolo contestato. Al massimo, blocchi quell’articolo in attesa di accertare il reato. Pensate per un istante se per ogni diffamazione a mezzo stampa, che è grave ma può capitare, si potesse sequestrare una testata giornalistica come Repubblica o il Corriere. E’ impensabile, appunto, perché cose simili capitano solo quando la democrazia è sospesa. O almeno così credevamo. Il sito in questione non è Repubblica o il Corriere ed è molto noto solo fra gli appassionati del genere debunking, che vuol dire smascheramento: si chiama Butac, un nome che sta per “bufale un tanto al chilo”. Lo ha creato un blogger bolognese, Michelangelo Coltelli, 45 anni, di professione si definisce “bottegaio”, per dire che segue un negozio di famiglia; ha fondato Butac per passione con l’idea di smascherare le tante balle che circolano sul web, e lo fa con costanza dal 2013, e quindi da molto prima che il tema delle fake news diventasse di moda. Nel 2015 Butac affronta il caso di un medico, un oncologo che promuove la medicina olistica. In pratica si tratta di un medico che prova a curare il cancro non solo con i metodi tradizionali ma attraverso “una visione dell’essere umano concepito come un’unità di corpo e spirito” o qualcosa di simile. Butac parla esplicitamente di “medicina alternativa fuffa”. Il medico querela e la polizia postale dell’Emilia Romagna, su richiesta della procura di Bologna, blocca tutto il sito, ovvero i tremila articoli pubblicati in cinque anni, alcuni dei quali sono serviti in passato alla polizia postale per sventare casi di truffe online. Ora io capisco che Butac non è Repubblica e nemmeno il Corriere: ma vogliamo renderci conto che non si può spegnere una voce libera in questo modo? Mentre trattano per il nuovo governo, c’è un leader politico disposto ad occuparsene?

 


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