Prima l'Italiano

Il ministro Giulia Bongiorno ha detto basta con l’inglese nella pubblica amministrazione. L’uso di termini stranieri mette in difficoltà gli impiegati e quindi rende più ostica e meno inclusiva la trasformazione dei processi. Scelta comprensibile. Ma forse impraticabile, se non si vuole rischiare il ridicolo

Prima l'Italiano
 Foto: Gianmarco Ceccotti 
Giulia Bongiorno Internet Day 

Il ministro Giulia Bongiorno ha un obiettivo importante: utilizzare il digitale per trasformare la pubblica amministrazione senza lasciare indietro nessuno. Rispetto ai suoi predecessori, l’enfasi è proprio su quel “senza lasciare indietro nessuno”. La trasformazione avrà successo, ripete il ministro in ogni occasione, solo se sarà inclusiva; se non riguarderà soltanto i giovani e quelli con il pallino dei computer (anche perché si tratta di due minoranze protette se guardiamo ai dipendenti pubblici nel loro complesso). È un punto di vista ragionevole che non si può non condividere.

Epperò in questa apprezzabile fervore inclusivo secondo me sbaglia avversario: la lingua inglese. Qualche giorno fa in Campidoglio, nel corso dell’ennesimo convegno, la Bongiorno ha spiegato bene un tema che finora aveva solo accennato: basta con l’inglese nella pubblica amministrazione, ha detto, visto che l’uso di termini stranieri mette in difficoltà gli impiegati pubblici e quindi rende più ostica la trasformazione dei processi. Prima l’italiano, insomma. Un po’ come fanno i francesi che da sempre chiamano il computer “ordinateur” per una sorta di sovranismo linguistico.

La motivazioni della  Bongiorno sarebbero più nobili, ovvero non escludere dal futuro quelli che non sanno l’inglese. Ma l’attuazione mi sembra problematica. Come traduciamo in italiano proprio la parola computer? Calcolatore mi pare francamente riduttivo. E smartphone cosa diventa,  “telefonino intelligente”? E app? Dovremmo tradurre anche streaming o il fatto che milioni di italiani guardano così partite e film ci esenta? Al posto di link dovremmo usare collegamento, d'accordo, ma al posto di Internet ve la sentite di dire “rete di reti”? E al posto di world wide web funziona davvero meglio “trama di connessioni globale” e assomiglia troppo ad un nemico da abbattere? Mi chiedo anche come dire in italiano startup, perché “piccola impresa appena nata che punta tutto sull’innovazione” mi sembra un po’ lungo.

Il problema si pone anche per robot, ma per esempio non esiste per intelligenza artificiale, realtà virtuale e aumentata, stampa 3D che sono già tradotte abitualmente. Mentre mi sembra insormontabile la traduzione della tecnologia del momento, blockchain, perché “catena di blocchi” assomiglia a un antifurto per motorini. Insomma le motivazioni sono nobili, ma l’applicazione impossibile. Per non insegnare un po’ di inglese ai dipendenti pubblici, rischiamo di creare un dialetto burocratese che poi dovremmo imparare tutti. Sfiorando il ridicolo.



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