L'algoritmo del dolore

La giornalista del Washington Post Gillian Brockell dopo aver perso suo figlio ha continuato visualizzare sui social pubblicità di prodotti per l'infanzia. Chiede alle società di intervenire, e loro lo fanno. Adesso visualizza pubblicità che invitano ad adottare un bambino 

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La triste vicenda di Gillian Brockell ci impone di fermarci a riflettere. È una giovane giornalista del Washington Post, si occupa di selezionare i video del prestigioso quotidiano. Un suo tweet di qualche giorno fa è finito su tutti i giornali del mondo. Racconta la sua storia di madre mancata: ha perso il bimbo che portava in grembo alla trentesima settimana di gestazione.

Alla fine di novembre era stata lei stessa a darne notizia con un altro tweet intitolato “qualche triste notizia personale” con allegato un post in cui spiegava il dettaglio della vicenda dal letto dell’ospedale dove era ricoverata. “Siamo devastati dal dolore”, c’era scritto. Il problema iniziale sembrava essere il fatto che gli algoritmi che analizzano i nostri comportamenti in rete per decidere quali pubblicità mostrarci non se ne fossero accorti del bimbo perduto e quindi continuassero a mostrare alla madre mancata annunci di biberon e pannolini.

Da qui un articolo e un tweet struggenti che hanno fatto il giro del mondo: una sorta di supplica ai social network di aggiornare i loro algoritmi, per fare in modo che come si accorgono che qualcuna è incinta, possano capire, per esempio dal fatto che su Google ha cercato parole legate alla gravidanza interrotta, e che quindi non è più il caso di mostrare certi annunci.

La stupidità degli algoritmi, hanno commentato molti. La non umanità dei social, hanno scritto altri. Sempre su Twitter uno dei tanti vice presidenti di Facebook è intervenuto per ricordare che sull’algoritmo ci stanno lavorando, ci lavorano sempre per migliorarli no?; nel frattempo noi utenti possiamo andare nelle preferenze del nostro profilo e chiedere di non vedere alcuni temi.

Come se quando hai un lutto il tuo primo pensiero fosse infilarti in quel ginepraio delle impostazioni di Facebook. Epperò l’algoritmo si è svegliato. E sulla pagina di Gillian è apparso un altro annuncio: si vede un campo di girasoli. E in primo piano una bellissima bimba di colore che sorride. Adottala!, è il messaggio.

Davvero è meglio così? Davvero dobbiamo scegliere fra un mondo che ignora il dolore ed un altro che prova a farci i soldi? Oppure non possiamo aspirare ad un web in cui il controllo dei nostri dati e di quello che vediamo torni nelle mani degli utenti?



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